Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

domenica 1 ottobre 2017

Autogoverno per tutti, non per pochi





La domenica del primo ottobre 2017 è una grande giornata di rivolta popolare nonviolenta in Catalogna. E' anche la conferma che la storia umana ha intrapreso una strada che potrebbe rivelarsi fonte di grande speranza per le generazioni future.
Noi stiamo vivendo nel pieno di un movimento decentralista globale, contro le prepotenze e i soprusi, ma più ancora contro ogni concentrazione di ricchezze e di potere.
Ogni persona umana che nella globalizzazione abbia raggiunto un minimo livello di nutrizione e salute, istruzione e competenza, informazione e connessione, non si rassegna a essere un anonimo e insignificante mattone alla base delle grandi piramidi delle modernità (stati, ma anche grandi imprese e altre grandi organizzazioni).
E perché dovrebbe?
Le ambizioni della persona umana contemporanea finiscono per trasformarsi anche in una richiesta urgente e pressante di maggior controllo anche sul proprio territorio.
Una parte sempre crescente dell'umanità vorrebbe appartenere a comunità più a misura d'uomo, dove l'individuo possa fare la differenza, trovare una realizzazione e una identità, ma anche un sostegno e una solidarietà.
In ciascuna periferia del mondo si ricostruiscono reti di vicinato, che condividono una economia locale, un riscatto sociale, una piattaforma politica, una cultura vernacolare. Queste reti, prima o poi, diventano comunità politiche che finiscono per chiedere l'autogoverno.
L'individuo non vuole più essere un "governato", ma sentirsi un sovrano che si autogoverna, potendo controllare direttamente, attraverso i suoi cinque sensi e il contatto personale, il governante da lui eletto.
Questo, in paesi troppo vasti, è semplicemente impossibile.
Di fronte a questa nuova realtà, tutto ciò che il conformismo dominante ci ha raccontato sui pericoli dell'indipendentismo e del nazionalismo, va totalmente messo in disccusione.

Certo che certi nazionalismi sono un pericolo, basti pensare a quello spagnolo, o francese, o inglese, o americano, o russo, o cinese, o pakistano, o hindi, o indonesiano, o iraniano, o nigeriano. In tutto il mondo si diffonde la coscienza sempre più chiara di quanto siano pericolosi i nazionalismi centralisti e autoritari, colonialisti e militaristi. Da questi nazionalismi i territori di periferia vogliono liberarsi e riusciranno, in un modo o nell'altro, a farlo.

Certo che ci sono movimenti reazionari e razzisti, nelle periferie della società contemporanea, ma essi sono il prodotto diretto dell'oppressione dei regimi centralisti. Ovunque, però, sono presenti attivisti che stanno portando avanti le ragioni dei propri territori con metodi inclusivi e nonviolenti. Saranno loro a vincere.

Certo che ci sono interessi economici, in alcune periferie più ricche e più avanzate, a lungo depauperate dai loro stati centrali. Perché la loro richiesta di trattenere sul posto le proprie risorse dovrebbe essere condannata? I regimi centralisti spogliano le regioni più prospere, magari nascondendosi dietro principi di solidarietà che sono traditi prima di tutto dalle loro stesse caste dominanti, come sanno bene gli abitanti delle periferie più povere e arretrate, a cui vengono redistribuite solo briciole. Infatti anche le regioni più marginali organizzano propri movimenti di resistenza anticentralista e anticolonialista, tanto e forse persino di più delle periferie più fortunate.

Certo che tutti ci sentiamo sempre più cittadini del mondo: "nostra patria è il mondo intero" dice l'inno anarchico scritto dal migrante di origine toscana Pietro Gori, ma questa esperienza non può essere riservata solo a pochi privilegiati che possono permettersi di vivere e lavorare in uno qualsiasi dei grandi centri del potere mondiale. Per consentire a ogni persona umana di sentirsi davvero libera (anche di cambiare vita e paese), occorre prima di tutto che essa possa essere cittadina sovrana della sua terra.


Ogni internazionalismo, se disconnesso da una seria visione anticentralista, anticolonialista, antimilitarista, finisce per essere solo un vago moralismo al servizio del mantenimento delle attuali ingiustizie politiche e sociali.
La strada maestra per assicurare libertà ed eguaglianza di opportunità alle persone umane passa attraverso l'instaurazione di una libertà e pari dignità fra le comunità comunità territoriali in cui esse vivono. Non c'è nulla di facile, in questo cammino, ma è la direzione in cui il mondo sta andando: un maggior numero di repubbliche indipendenti; federazioni che diventano confederazioni; province autonome che diventano stati; responsabilità che vengono devolute dal centro alle periferie.

Autonomia, federalismo, confederalismo, indipendentismo sono parole che vengono usate spesso strumentalmente - specie nel dibattito pubblico in lingua italiana - fino a svuotarle di significato (talvolta rendendole impronunciabili), ma l'autogoverno è un diritto e un dovere umano universale e nessuno si illuda di poterne contrastare l'avanzata, in nome dei propri pregiudizi o, peggio, dei propri privilegi negli attuali rapporti di forza sociale e politica.
Le attuali concentrazioni di ricchezza e di potere sono incompatibili con i bisogni della persona umana del XXI secolo e nessuno degli attuali pregiudizi pro-centralismo potrà conservarle ancora a lungo.
 

Mauro Vaiani Ph.D.



* * *

Chi scrive ha avuto il privilegio di conoscere e partecipare a movimenti e realtà autonomiste sin da ragazzo. Da adulto ha avuto l'opportunità di dedicare all'autogoverno delle comunità umane gli anni del dottorato di ricerca. Per approfondire, si consulti la sintesi dello studio Disintegration as Hope. Oggi è attivista e presidente del Comitato Libertà Toscana.





domenica 24 settembre 2017

NO al Tavernellum


Nella foto Fiano e Rosati - fonte Il Fatto quotidiano


Nel parlamento italiano gli esponenti PD Emanuele Fiano ed Ettore Rosati hanno presentato l'ennesima proposta di riforma elettorale, chiamata dai giornalisti "Rosatellum 2". Si tratta di una nuova diabolica miscela dei peggiori difetti dell'ormai perduto Mattarellum, più alcuni del Porcellum, più qualcosa persino dell'Italicum. Marco Taradash, nella sua rassegna stampa di ieri (sabato 23 settembre 2017, su Radio Radicale), lo ha chiamato giustamente "Tavernellum", con riferimento ironico a una ben nota marca di vino economico.
Ai protagonisti di questo ennesimo pasticcio, che consentirebbe ancora una volta a pochi capi politici di nominarsi l'intero parlamento - tagliando fuori ogni lista ribelle, forza civica, lista locale, esponente indipendente - diciamo con un sorriso: posate il fiasco.
E' stato molto difficile convivere con la triste realtà che le forze politiche principali abbiano discusso per anni di materia elettorale senza princìpi, senza convinzioni, senza la minima volontà di rispettare la Costituzione e di consentire ai cittadini di scegliersi i propri rappresentanti locali.
Ora non sopporteremo più.
Il vostro tempo è scaduto!
Ai parlamentari della XVII legislatura, che si sono regolarmente dimostrati legislatori cialtroneschi, rivolgiamo un invito fermo: togliete le vostre manacce dalle leggi elettorali.

mercoledì 20 settembre 2017

La Catalogna rompe le catene


Oggi, mercoledì 20 settembre 2017, è stata una giornata difficile in Catalogna, ma forse decisiva per svegliare le coscienze, in vista del referendum del 1 ottobre.Il governo spagnolo ha voluto perquisizioni intimidatorie e arresti.
In tutta risposta il popolo catalano è sceso in strada.
In Catalogna, una rivoluzione popolare, nonviolenta, democratica sta rompendo le catene di Madrid.
Non è una rottura improvvisa.
Come qualcuno che segue le nostre ricerche su "Disintegration as Hope" sa, non guardiamo tanto alle tradizioni e alle identità dell'epoca pre-industriale, che sono importanti, ma spiegano ben poco del presente.
Siamo più interessati alla rottura delle catene autoritarie e centraliste che avviene nella modernità, grazie all'azione di cittadini sempre più connessi, socialmente attivi, politicamente coscienti.
Dopo decenni di oppressione, dopo lunghi anni di "compromesso costituzionale", dopo dieci anni di insulti e soprusi continui da parte del governo centrale neofranchista dei cosiddetti "popolari" spagnoli, la Catalogna si è ribellata.
Una forte maggioranza politica indipendentista ha rotto la legalità costituzionale e sta cercando di imporre una nuova legalità repubblicana catalana.
Adesso tocca al popolo catalano esprimersi, votando con le schede del referendum del 1 ottobre 2017, con i piedi dei manifestanti, con i sacrifici dei lavoratori e degli studenti che scioperano, con il canto dell'inno nazionale "Els Segadors" intonato a ogni angolo delle strade.
Occorre una mobilitazione popolare vastissima, largamente maggioritaria, per vincere una battaglia nonviolenta.
Sinceramente ci auguriamo questa rivoluzione abbia successo e che l'Europa abbia presto una nuova repubblica in più.
Segnaliamo, in proposito, la chiara e netta presa di posizione del nostro Comitato Libertà Toscana.
Invitiamo coloro che volessero approfondire a leggere questa sintesi semplice ma completa, scritta dall'amico e compagno Joan Vila de Gràcia (@JRVdGracia su Twitter), un attivista e uno studioso catalano che parla e scrive anche in italiano, che potete leggere qui su Prometeoblog.
Viva la Catalogna.
Visca Catalunya lliure.

Una bandiera catalana a Firenze, pronta
per le manifestazioni di solidarietà organizzate
dal Comitato Libertà Toscana



sabato 16 settembre 2017

Resistenza popolare catalana



Con metodi franchisti hanno sequestrato 100.000 manifesti per il Sì all'autodeterminazione catalana. Il popolo repubblicano catalano sta rispondendo stampandosi in casa milioni di volantini in formato A4.

Viva la resistenza popolare catalana. Viva la nuova repubblica di Catalogna che nascerà il 1 ottobre 2017.

Leggi di più.


lunedì 11 settembre 2017

In Catalogna la Diada del Sì


Omaggio alla Catalogna, che oggi è scesa in piazza per la tradizionale Diada, quest'anno ovviamente dedicata al Sì al referendum per l'autodeterminazione.

Fonte: http://www.naciodigital.cat/

Per chi vuole approfondire perché la causa catalana è importante per tutti i decentralisti del mondo, a cominciare da noi Toscani, Italiani, Europei, invitiamo alla lettura e alla diffusione della posizione ufficiale del Comitato Libertà Toscana: http://www.comitatolibertatoscana.eu/si-indipendenza-catalogna/.

Per chi conosce l'inglese e vuole approfondire le ragioni di diritto internazionale che legittimano la richiesta catalana di indipendenza, consigliamo la lettura di questo ottimo articolo di Vicent Partal (https://twitter.com/VilaWeb_EN), pubblicato qui: https://www.counterpunch.org/2017/09/08/five-things-to-remember-about-catalonia/.


Visca Catalunya!

domenica 27 agosto 2017

No oblidem


(Fonte: El Mundo)

La manifestazione di ieri a Barcellona, in ricordo delle vittime del terrorismo islamista, per la pace, contro ogni razzismo, contro ogni fascismo, è stata un momento solenne, un grande rito civile popolare, indimenticabile per chi era presente e anche per noi che lo abbiamo seguito da lontano.
A nostro parere, uno degli striscioni più importanti e significativi era quello che riportava una accusa netta: Filippo VI e il governo spagnolo complici del commercio d'armi (Felip VI i govern espanyol còmplices del comerç d'armes #NoTeniuVergonya). Lo riportiamo nella foto sopra.
Qua e là notiamo commenti infastiditi dal fatto che nella manifestazione siano esplosi i sentimenti repubblicani e indipendentisti della grande maggioranza del popolo catalano. Il re Filippo VI e il primo ministro spagnolo Rajoy sono stati fischiati e si è sentito anche il grido liberatorio: fora el Borbò (fuori il Borbone).

D'altra parte i legami dell'establishment monarchico, politico e militare spagnolo con le petromonarchie militariste e con il terrore e le guerre che esse finanziano, non possono più essere tenuti sottotraccia e suscitano un moto spontaneo di rivolta popolare che, speriamo, si diffonda per tutta la Spagna (e raggiunga anche l'Italia, la Francia, l'Inghilterra, in cui pure questi sporchi legami esistono).
Come abbiamo già avuto modo di scrivere su questo blog e su Twitter, la verità che sta davanti agli occhi di tutti, che i media conformisti non riescono più a tenere nascosta, è che i grandi stati del mondo non lottano contro il terrore, lo creano.
No oblidem (non dimenticheremo, in catalano).
Lotteremo contro la violenza scatenata nel mondo dai grandi stati.
I movimenti decentralisti di tutto il mondo, di cui gli indipendentisti catalani sono la punta di diamante, sono ancora guardati con sufficienza e diffidenza da troppi, anche negli ambienti che pure si autodefiniscono più aperti e progressivi. Eppure essi non sono dei folli sognatori, non sono dei pazzi retrogradi, non sono degli anti-europeisti, non sono dei nazionalisti sangue e solo.
Essi incarnano, al contrario, l'unica strada praticabile e ragionevole per dare alla globalizzazione un volto più umano, attraverso la moltiplicazione di piccoli stati democratici e inclusivi, a misura d'uomo appunto.

Noi preghiamo e lottiamo perché il prossimo 1 ottobre la Catalonia possa votare e sancire in modo indiscutibili una scelta repubblicana di autogoverno.
Sarà un passo avanti per il popolo catalano, per tutti i popoli e i territori d'Europa, per tutto il mondo.


sabato 19 agosto 2017

Decentralists of the world unite!


We honor Barcelona and Catalonia for the moral clarity, civic duty, social cohesion, political moderation they demonstrated in their worst time.
#NoTincPor - I am not afraid - was their local response to global terror.Sadly, terror in Catalonia has been ridden by the global mainstream media as an occasion to advocate for further concentration of power, centralism, militarism, imperialism, neocolonialism, war on "Islamic terror" - by which in fact they mean more military action and neocolonialist intrusion in Islamic countries and beyond.
To cope with terror spread by the "radical losers", following the lesson of Hans Magnus Enzensberger, we need exactly the opposite: strong local democracies with real powers to include and protect their citizens, localized welfare, bottom-up social change, local patrolling, independent judiciary.
A radicalized generation is living with us and many of them will hardly be recovered to a sense of humanity, but a network of human-scale, fair, inclusive communities can, if not heal their deviation, at least put them under control.
A network of self-governing communities can be much more resilient in the globalized world, and not only this.
Catalonia, Scotland, Corsica, Sardinia, Tuscany - along with Vermont and many others - can be crucial actors in the effort to put an end to serial Western-led "regime changes", "exportations of democracy", barbaric proxy wars (as the one unleashed by Barbaria Saudita in Yemen), and other neo-colonialist American, British, French disastrous interventions in the world.
It is up to us, to stop centralism, militarism, imperialism, which are deeply intertwined with the spread of global terror.
Not "war on terror", but decentralism is the antidote to war and terror.
Decentralists of the world unite!




mercoledì 16 agosto 2017

Progetti contro servizi


In questo giorno di San Rocco 2017, era inevitabile una riflessione sociale, ispirata da questa bella figura di santo francescano consolatore dei poveri e taumaturgo degli appestati.

Urgenze ambientali e questioni sociali sono passate davanti ai miei occhi. So che, con tutti i miei limiti, qualcosa vorrò e potrò fare dopo le vacanze, insieme ai miei amici e compagni del Comitato Libertà Toscana.

Ascoltando distrattamente un po' di Radio Radicale mi sono imbattuto in due testimonianze, quelle di Piero Fassino e di Maria Elena Boschi. Entrambe mi sono sembrate emblematiche di una distanza crescente che questi politici mi sembra abbiano dai problemi ambientali e sociali dei territori italiani.

Mi hanno spinto, una volta di più, a riflettere sullo stallo del PD di oggi. Non è colpa dei renziani. Non è un problema di persone. Il più grande, il più potente partito d'Italia è prigioniero di un paradosso che si stava già formando negli ultimi anni della partitocrazia, di cui in fondo è l'erede più diretto.

Potrei definirlo una sorta di innamoramento per i progetti, che purtroppo è strettamente collegato con la crescente indifferenza per i servizi.

In tutti i campi, a tutti i livelli, i Democratici si sono appassionati di progetti che hanno soprattutto un impatto mediatico, ma che inevitabilmente si rivolgono a pochi, se non a pochissimi. I renziani ci hanno aggiunto un pizzico di centralismo, di arroganza, di furbizia in più, ma il problema esisteva anche prima di loro. Esisteva già nelle vecchie giunte bianche e rosse più tradizionali e - apparentemente - maggiormente votate alla giustizia sociale.

Mentre i servizi universali declinano, i progetti particolari si moltiplicano.

Si fa bella mostra di voler fare qualcosa di molto innovativo e persino di molto generoso, ma poi lo si fa solo per alcuni: alcuni giovani, alcune donne, alcuni imprenditori, alcuni anziani, alcune aziende in crisi, alcune periferie, alcune scuole, alcuni malati, alcuni disagi sociali, alcune vittime, alcuni orfani.

Poi, sia chiaro, non è detto che agli annunci seguano i bandi, che ai bandi segua una corretta assegnazione, che agli (inevitabilmente) pochi destinatari arrivi effettivamente qualcosa. Questa è una altra e ulteriore questione, di coerenza, di efficacia, di efficienza di un governo. Intanto si sono fatti gli annunci, poi per gli effetti si vedrà... Tanto i media non riusciranno a seguire i progetti fino in fondo, specialmente i media ancora molto servili con il PD e in particolare con i renziani del PD.

Ma la cosa veramente grave, a mio parere, è che si tratta sempre di progetti particolari, mai di servizi veramente per tutti, pensati per emancipare tutti.

Francamente non so quanto possa ancora andare avanti questa paradossale dissonanza fra il PD e i pochi che riesce a beneficare da una parte e dall'altra tutto il resto del paese che vede declinare infrastrutture e servizi, scuole e periferie, garanzie e pensioni, case e mestieri.


Tutto fa pensare che un grande strappo sia inevitabile. E forse anche uno schianto in cui, inevitabilmente, a soffrire saranno gli ultimi.

Nella battaglia per porre fine al tempo dei progetti per pochi e per il ripristino di servizi pubblici veramente per tutti, con il massimo controllo possibile da parte dei diretti interessati, noi ci saremo.

Veniteci a trovare al Comitato Libertà Toscana.

Dateci una mano.

E' importante.

Buon S.Rocco, buon resto d'agosto!



Boschi e Fassino in una foto ANSA

venerdì 4 agosto 2017

Posa Pinotti





Ci risiamo.
Evidentemente anche l'Italia ha un piccolo establishment militare-industriale, il cui più visibile esponente è la ministra Pinotti (la quale ci pare, per inciso, da sola, una delle principali ragioni della sconfitta del centrosinistra alle ultime elezioni comunali di Genova).
Questo grumo di interessi miopi ma potenti è andato in parlamento a dire che il governo Serraj aveva bisogno di un paio di navi per assistere la sua guardia costiera, guardandosi bene dal mostrare documenti, dati, piani, programmi.
Purtroppo il parlamento ha avallato questa ennesima missione internazionale neocolonialista, con l'appoggio non solo del PD e di Forza Italia, ma anche di MDP e di Campo Progressista (la sinistra del "Sì" non si smentisce mai).
In realtà non sono solo due navi.
In realtà non si sa cosa faranno.
In realtà le altre autorità libiche, anzi quasi tutte fuorché il governo Serraj (gracile travicello installato dall'ONU e dall'Italia) non vogliono questo intervento.
Siamo di fronte all'ennesima missione che, con un po' di fortuna, assorbirà un po' di denaro pubblico, che finirà in compensi speciali e commesse. Se poi la sfortuna ci mette lo zampino, chissà, si vedrà, tanto ci sono presto le elezioni...
La Pinotti, peraltro, ha già dimostrato di saper restare in sella anche se le perde regolarmente.


domenica 23 luglio 2017

Terre in moto contro il centralismo


Fonte della foto: Il Manifesto

Su Il Manifesto di oggi, domenica 23 luglio 2017, troviamo un ampio resoconto sulle attività di "Terre in moto - Marche". Ieri, sia pure nella modalità un po' autoreferenziale che tavolta caratterizza alcuni seguaci del compianto Marco Pannella, abbiamo potuto ascoltare su Radio Radicale altre denunce non molto diverse.
Ci si rivolta contro il neocentralismo che sta schiacciando il cuore terremotato d'Italia. Il centralismo degli "alti commissari" e della "Protezione Civile Nazionale" non può che essere ignorante delle necessità delle centinaia di paesini e delle migliaia di piccole aziende di quel territorio. Dall'arroganza di Palazzo Chigi ai tempi di Matteo Renzi è derivata una superfetazione legislativa che rende impossibile ogni azione locale e privata di auto-ricostruzione. Il governo si è fissato con i grandi appalti centralizzati (stile CONSIP) e i risultati li potete tutti immaginare.
Nessuna autorità centrale può ricostruire un territorio che le è sconosciuto e periferico. Quanto prima si comprenderà questo, smettendo di lesinare uomini, poteri e risorse ai comuni, tanto prima si uscirà dall'attuale drammatica paralisi.
I paesini colpiti dal terremoto del 2016 non sono il centro storico de L'Aquila, che prima o poi verrà ricostruito perché tutti intorno a esso ci sono ancora gli Aquilani che resistono alla paralisi dei poteri pubblici. Queste piccole comunità sono molto più fragili. Devono vedersi restituita autonomia e operatività al più presto, prima che si disperdano nell'ignavia del potere statale.
I temi dell'autogoverno sono, ancora una volta, al centro della resilienza comunitaria e lo sono ancora di più nei momenti drammatici, in cui tutto è stato distrutto.
Per inciso, è anche per dare concretezza a questi argomenti politici importanti che ho accettato di essere attivista e presidente del Comitato Libertà Toscana, un movimento fondato sulla necessità assoluta, nel tempo moderno, di restituire alle comunità locali il massimo controllo sul proprio territorio e sul proprio futuro.
Scriverò un po' meno su questo blog, ma vi prego veniteci a trovare sul sito del nostro movimento rifondato e riorganizzato: http://www.comitatolibertatoscana.eu.
 



sabato 8 luglio 2017

Adalet - Giustizia - Justice

Fonte: Mariano Giustino


La marcia nonviolenta per la giustizia si concluderà domani a Istambul, a D-o piacendo con la stessa veraforza che la ha caratterizzata sin dal suo inizio, il 15 giugno scorso, ad Ankara.

Il leader che la ha convocata, Kemal Kılıçdaroğlu, si è trasformato nel Gandhi dell'Anatolia. Né lui, né il CHP, il suo vecchio partito kemalista (vagamente socialdemocratico, in realtà impigrito e conservatore) usciranno uguali a come sono entrati in questa grande "marcia per la giustizia". La pavidità, se non l'ignavia, con cui pochi mesi fa il CHP votò insieme alla AKP la cancellazione dell'immunità per i deputati kurdi del movimento libertario e nonviolento HDP (la Lega Democratica dei Popoli), sembra definitivamente alle spalle.


Domani a Istambul ci sarà una manifestazione finale a cui parteciperanno tutti: le opposizioni politiche e sociali al dittatore Erdogan; coloro che non si sono rassegnati al suo plebiscito truffa; le minoranze religiose (Alevi e Cristiani in particolare); i sostenitori delle autonomie delle città e regioni storiche dell'Anatolia; i rappresentanti del Kurdistan; e tanti altri.

Ancora una volta, la mobilitazione sociale di una cittadinanza attiva costruisce un'alternativa, una speranza praticabile, anche nel bel mezzo di una grande truffa mediatica e politica come quella dell'ultimo Erdogan.

Un'altra conferma che la mia visione relativamente ottimistica sulla "disintegrazione come speranza", è confermata dalla straordinaria energia della persona umana interconnessa e attiva nel mondo di oggi.

Il relativo silenzio dei media internazionali si romperà presto, vedrete.

Nel frattempo non perdetevi il lavoro di Mariano Giustino, l'esemplare corrispondente di Radio Radicale dalla Turchia.



domenica 2 luglio 2017

Tegame rosso


Ansa


Sulla manifestazione di "Insieme" di ieri in piazza SS. Apostoli a Roma, non mi sento così bonario come quelli che l'hanno chiamata "Melina rossa".
Concedo a Pier Luigi Bersani di avere accenti di sincero interesse per il popolo, pur difendendo la sua storia. Gli riconosco di averci provato a cambiare le cose in meglio per i piccoli e i deboli, non di esserci riuscito.
A Giuliano Pisapia, invece, non faccio sconti.Uno che è un giurista, che nel 1996 si fa eleggere deputato nelle liste di Rifondazione Comunista, che diventa presidente della commissione giustizia della Camera, che dal 2011 al 2016 fa il sindaco di Milano, non può glissare bellamente sull'aver sostenuto la disastrosa riforma Boschi-Renzi-Verdini.
Dopo aver messo in pericolo le autonomie sociali e territoriali della repubblica, dopo aver concorso a trasformare l'Italia in una specie di Turchia, se non ti metti almeno un po' di cenere sul capo e non partecipi a una qualche riflessione autocritica, cosa vuoi dai cittadini?
Cosa pretendi, in particolare, da noi cittadini democratici, che crediamo fortemente nell'autogoverno?
Non abbiamo bisogno di tegami, nemmeno di tegami rossi.
"Tegame" in toscano vuol dire uno che si rende disponibile per qualsiasi operazione... E siamo buoni a fermarci qui.
Abbiamo bisogno di programmi seri per restituire i territori ai cittadini sovrani, opportunità ai giovani, giustizia ai poveri.
Se la politica è davvero ridotta a un monopoli mediatico, per quanto è stato detto ieri in quella piazza romana, direi che potete andare tranquillamente a casa, senza passare dal via.

lunedì 26 giugno 2017

Banche comuni



Quindi anche queste banche venete, come praticamente tutte le altre prima, non potevano essere lasciate fallire.
Tralasciamo - ma non dimentichiamo - l'ipocrisia europea per cui queste banche erano abbastanza grandi per essere inserite nella c.d. "sorveglianza comune" della Eurozona, ma allo stesso troppo "popolari" per sottoporre una platea centinaia di migliaia di risparmiatori alla cura europea del c.d. "bail-in".
Accettiamo il principio che queste banche custodiscono un credito vitale per i loro territori, sono praticamente un bene pubblico, meritevole della protezione della fiscalità generale, come ogni altro bene comune.Bene, ma se siamo d'accordo su questo, non sarebbe il caso di essere coerenti e conseguenti?
Se queste banche sono beni comuni, perché a suo tempo furono privatizzate, impoverendo le comunità che ne erano originariamente proprietarie?
Se non hanno mai potuto essere vere aziende private, perché per tanti anni hanno distribuito stipendi e dividendi come se lo fossero?
Perché hanno privatizzato per anni premi e profitti e ora socializzano così tanti crediti incagliati e perdite d'esercizio?
Se erano organismi vitali alla sopravvivenza di una moderna economia di un territorio dell'Eurozona,  perché non abbiamo impedito loro di mescolare risparmio e speculazione?
Se oggi hanno bisogno di risorse pubbliche per salvarsi, come mai non le abbiamo semplicemente nazionalizzate?
Ci sarebbe costato di più dei 17 miliardi di garanzie di cui tutto il mondo parla?
Perché le regaliamo alla banca più grande del paese?Banca Intesa non è già sufficientemente grande?
Non è essa stessa un'altra "too big too fail"?
O si continua a credere alla storiella secondo la quale attraverso la concentrazione bancaria il sistema Italia diventerebbe più "efficiente"?
Man mano che ci saranno pensionamenti anticipati, non pagherà forse la fiscalità generale?
Se verranno chiusi degli sportelli e vendute proprietà, i risparmi e le risorse saranno forse usati per rimborsare la Repubblica, o per cosa?
Tutte queste domande troveranno mai una risposta chiara?

* * *

Per noi Toscani è particolarmente doloroso ricordare che un po' di ciò che oggi è Banca Popolare di Vicenza, un tempo erano le nostre Casse di Risparmio, con le loro belle sedi, il loro capitale umano, il loro patrimonio di conoscenze del territorio, le loro pratiche di investimento (e beneficenza) verso il territorio, persino le loro collezioni di opere d'arte!
Ricordiamo benissimo che la partitocrazia si era dimostrata troppo avida e non vogliamo certo tornare a quel passato.
Possiamo tuttavia sommessamente dire che forse la privatizzazione delle banche pubbliche locali italiane, voluta dalle elite liberali europee e mondiali, è stata solo una colossale sottrazione di beni comuni ai nostri territori?
Noi non dubitiamo che possano davvero esistere banche d'affari davvero private, libere di competere (ma anche di fallire) sul mercato globale, ma la maggior parte delle banche non sono e non possono essere questo.
Sono, al contrario, realtà al servizio di vaste comunità di utenti, di piccole imprese, di interi territori, che devono essere sorvegliate e monitorate costantemente, perché - molto semplicemente - non possono fallire.
Ma se non possono fallire non possono essere considerate imprese meramente private.Dovrebbero essere considerate e organizzate come delle società di pubblica utilità.
E come tali messe sotto uno stretto controllo da parte dei cittadini.
Quanto meno sotto un controllo un pochino penetrante di ciò che hanno dimostrato di essere capaci di fare sinora Banca d'Italia, BCE, commissari europei, ministri e autorità indipendenti, visti i risultati, con tutto il rispetto.Come riavere sul territorio delle banche di comunità, sotto stretto controllo pubblico, sottoposte a una vigilanza rigorosa, che tornino a essere istituzioni credibili e durature nel tempo?
Insieme ai miei compagni del Comitato Libertà Toscana ci stiamo riflettendo seriamente.
E abbiamo delle idee piuttosto radicali in proposito.
Restiamo in contatto.





lunedì 12 giugno 2017

Contro lo scrutinio notturno


Stamane alle sei la strisciata dei risultati delle elezioni amministrative in Toscana in 33 comuni presentava una caporetto del sistema dei seggi. Tanti scrutini nelle città più grosse, ma anche in alcune piccole comunità, risultavano impietosamente "in corso".
Praticamente, da quando è invalso l'uso di chiudere i seggi alle 23 e di andare a diritto con uno scrutinio notturno così tardivo, questi arenamenti notturni dei nostri seggi si stanno moltiplicando.
In caso di elezioni amministrative, con voti disgiunti e doppia preferenza di genere, i rischi di ritrovarsi uno scrutinio rallentato e contestato sono ancora più grandi.
Non aiuta neanche il fatto che siamo una popolazione che invecchia e che forse sopravvalutiamo le forze di tanti nostri presidenti, segretari e scrutatori, nel momento in cui si affrontano queste lunghe e delicate operazioni in piena notte.
Posso modestamente dire, anche per averci partecipato in prima persona, che lo scrutinio notturno è una follia?
Un ci s'ha più l'età per queste mattate!
I seggi italiani, con la loro composizione casuale e plurale, con i loro solidi regolamenti, sono un potente ed efficiente strumento di democrazia. La regolarità e la velocità dei nostri scrutini, nonostante si adottino spesso leggi elettorali barocche, ci viene invidiata in tutto il mondo.
E' lo scrutinio notturno che invece, mi pare, fa correre troppi rischi inutilmente.
Una cosa è cominciare a scrutinare alle 15, o alle 19, o anche alle 20, ben altra è farlo praticamente a mezzanotte, dopo una lunghissima giornata iniziata alle sei...
Va bene votare in una sola giornata sola, ma a sera mandiamo tutti a dormire e scrutiniamo il mattino dopo a mente fresca. Voi che ne dite?
Si potrebbe votare di venerdì, scrutinare di sabato e la domenica starsene in panciolle a leggere ed ascoltare commenti e approfondimenti.
Riflettiamoci.







venerdì 2 giugno 2017

Fanno la festa alla Repubblica



Il maxi-emendamento presentato da Emanuele Fiano alla legge elettorale è l'ennesimo tradimento.
Mentre tutte le forze politiche hanno espresso disponibilità ad adottare in Italia un modello tedesco, questi politici hanno presentato un testo che è ancora peggio del Porcellum e dell'Italicum.
I 309 collegi uninominali della Camera non saranno in realtà tali, ma mere vetrine per catturare voti per i candidati decisi dai segretari nazionali dei partiti.
Si tratta di una presa in giro colossale, un imbroglio politico ancora più grande di tanti altri che pure i "legislatori" renziani della XVII legislatura ci avevano già propinato.
Potremmo chiamarla un'altra "renzoiata", un neologismo che proponiamo volentieri, perché evoca insieme sia la rasoiata che la boiata. Due cose a cui il "giglio magico", con la complicità dei berlusconiani, dei verdiniani e di altre anime nere, ci hanno peraltro abituati.
Non dimentichiamoci quante leggi con un titolo bello e con contenuti orrendi sono state varate da questi "leader": la "buona scuola", lo "sblocca Italia", il "dopo di noi", i "reati ambientali", la "sicurezza stradale"... Dobbiamo continuare?
Liberiamoci da questa neolingua renziana.
Torniamo con i piedi per terra.
Ribadiamo i fondamentali di una civiltà democratica fondata su istituzioni solide.
Senza doppio voto disgiunto, senza sovranità degli elettori nel loro collegio, non c'è "sistema tedesco", non c'è un #Germanicum, ma solo un #Goticum mostruoso e incostituzionale.
Nei collegi deve esistere un voto diretto e personale, libero da ogni preoccupazione sulle liste e sui partiti.
Nella quota proporzionale ci deve essere, in aggiunta, un secondo voto dato per garantire una voce al pluralismo delle correnti culturali e politiche di un sistema grande e complesso come quello italiano.
Ci appelliamo a ogni singolo deputato e senatore in carica.
Almeno in questa ultima, estrema, drammatica ora, non traditeci.
Non facciamo "la festa" a questa repubblica (nel senso toscano del termine).
Non uccidiamo la residua speranza che ancora ci resta in una sua riforma dal basso, con la partecipazione di tutti.

domenica 28 maggio 2017

Un Pride a misura d'uomo


Ieri sono stato al Toscana Pride di Arezzo, ancora una volta con il gruppo Kairos, cristiani queer di Firenze.
E' stata una manifestazione bellissima, per la varietà e l'energia dei partecipanti, ma anche per l'incredibile accoglienza che ci hanno riservato i cittadini.
Complimenti sinceri agli organizzatori, in particolare al gruppo Chimera. Sappiamo quanto ci hanno creduto e quanto ci hanno lavorato.
E' stato un Pride a misura d'uomo, una marcia gioiosamente partecipata in una città ancora vissuta dai suoi cittadini.
L'anno scorso, quando una ampia rete di associazioni ha ripreso l'idea del Toscana Pride - che era rimasta incompiuta alcuni anni prima - e la ha rilanciata da Firenze, eravamo forse il triplo, ma abbiamo camminato nelle strade di un centro città ormai ridotto a contenitore di burocrazie e di punti d'appoggio per soli turisti facoltosi. Anche l'anno scorso fu un sabato pomeriggio, ma camminammo soli in una città senza lavoratori e con pochissimi cittadini.
Quest'anno ad Arezzo eravamo circa 10.000, ma abbiamo camminato praticamente sempre in mezzo alla gente.
Non dimentichiamo che Arezzo è un comune con meno di 100.000 abitanti, capoluogo di una provincia in gran parte rurale e scarsamente abitata.

Da notare che l'amministrazione comunale di Firenze, a differenza della Regione, di Livorno, di Sesto, di tante altre, ha voluto confermare anche quest'anno la sua distanza dal Toscana Pride.
Ci hanno pensato attivisti della democrazia e della parità dei diritti, come il nostro amico Marco Ferrari, o come il leader dell'opposizione in consiglio comunale, Tommaso Grassi, a fare una splendida "operazione supplenza" del gonfalone assente, come vi documentiamo in questa nostra foto.
Grazie ancora di cuore a tutte le persone che hanno fatto volontariato e che hanno partecipato al Toscana Pride 2017.




sabato 20 maggio 2017

Iran as a Global Hope





Among many flawed and rigged electoral processes in the world, this Iranian presidential polls embodied a little seed of hope.

We congratulate Hassan Rouhani, the incumbent president, who overwhelmingly won the majority of votes cast by Iranians on Friday, 19 May 2017, and was re-elected.

We now wait for many more good news: Iran must stick closely to the nuclear deal (JCPOA, Joint Comprehensive Plan of Action); it is time to grant a universal amnesty to all political prisoners; freedom of information must be extended; regime controls on many social, economic, political realities must be weakened; women rights must be boosted; greater local self-government and stronger social, public services are expected by all Iranian cities and regions; and many more reforms are needed.


This blogger always believed in a slow, gradual, pragmatic, nonviolent, progressive transition in Iran. Such a development is coherent with our findings on social mobilization in the globalized world.

It is time to hope and celebrate, tonight.

martedì 25 aprile 2017

Hayir - No




This blog dedicates this day, which is important in Italy as the Liberation Day, to commemorate the Turkish democratic resistance to the Turkish Hoax.
We will never recognize the late Turkish referendum on "executive Presidentialism".
We will never appease Erdogan and its regime.
We will ever support, instead, Turkish social and political opposition forces in their request of referendum repetition, in fairer conditions.
In particular after that all the political prisoners, representatives, journalists are eventually freed, and full press freedom has been established in Turkey.
This is a dramatic question, which requires moral clarity and resoluteness.
Let's hold it hard.

* * *

To deepen this dramatic topic, those who understand Italian can follow the great job of Mariano Giustino, correspondent of Radio Radicale from Istanbul.



venerdì 21 aprile 2017

EU is so rotten that even a Labourist can understand it



In the vigil of the French elections, which I believe will greatly shake the status quo, I suggest this reading to those who missed it:


The Sixth Way: Devolution by Dorette Corbey, published by Social Europe on 4 April 2017


Dorette Corbey is a politician from the Dutch Labour Party. Yes, exactly the party who went destroyed in the last Dutch political elections.


European Union is so rotten that even a Labourist can understand the necessity of profound Euroreform, and a new season of devolution.

Only the multiplication of strong local self-governing authorities - both newly independent republics as Scotland and Catalonia, and the multiplication of European autonomous regions and provinces - may bring democracy and socialism back to the people, keeping at bay chauvinism, preserving peace, justice, and free circulation in Europe.

The people need a say in the great challenge of overcoming the present sense of deprivation, the rising of inequalities, the fear of more neo-colonialist, imperialist wars.

Human-scale democracy, provided by the multiplication of free republics in Europe, scaling down EU and big states' concentration of power, may provide to the people new spaces of hope.
 
Let's go on, studying and working against what's wrong in Europe and beyond.

lunedì 17 aprile 2017

The Turkish Hoax



Source: http://www.hurriyetdailynews.com/


The Easter (16 April 2017) Turkish referendum has been rigged since the beginning: opposition leaders arrested; representatives deprived of their immunity; journalists and intellectuals persecuted, exiled, beaten, or even killed; the state machine have been purged of honest functionaries and filled with AKP hardliners.

Nonetheless, Erdogan has lost in all the major cities, in the most open and developed tourism areas, in the Kurdish provinces.

The above map clearly explains the situation. Only further cheating in provincial election stations and within the "deep state", has managed to collect a victory of "Yes", and a very close one.


At the moment we are writing (April 17, 10.24 CET), provisional counting is at %99.97 of the votes; Yes (Evet) is at %51.41 (25.156.860 votes); No (Hayır) is at %48.59 (23.777.014 votes).

Evidently, this result is no way legitimate. It cannot be neither trusted nor accepted.

 
Now we have to support all Turkish democratic forces in their struggle for freedom, and social and territorial autonomies, especially the HDP.

Something must change also in the other Turkish parties. They are too much subaltern to centralist and nationalist mainstream. That's why they have not been able to oppose #croockeErdogan.

Erdogan had his Phyrric victory, but we strongly believe this is not the end for democracy, this is the start of his end.

May the Risen Lord, the Easter G-d bless all the peoples of Anatolia in their journey of awakening and in their resistance to Erdogan's corrupt, authoritarian regime. 

giovedì 13 aprile 2017

The Coming Turkish NO



On the coming Easter-Pascha Sunday, April 16th 2017, if Erdogan's regime has not yet completely rigged the electoral mechanism, the communities and the peoples of Turkey will deliver a NO vote to the proposed AKP-MHP constitutional reform.

As it happened in Italy on December 2016, and in many other corners of the world, we bet that: electors will not believe the state propaganda; they will not obey the dominant party; they will not consent to further concentration of power and riches.

Let us hope.

If we are wrong, if Erdogan's lackeys have completely mined Turkish institutions, Turkey's (and our) future will eventually be far more complicated (but even in the worst case I am not pessimistic and I will soon explain why, in the coming days).

Let us pray and act, for democracy, decentralism, freedom and justice for all.

May all of you be blessed on Easter-Pascha!


venerdì 7 aprile 2017

How to Cure American Hubris



One of the few reasonable Trump's promises has been broken. As one can read from those who voted for him, "President Trump's launch of military action in Syria represents a betrayal of the Americans who hoped he would pursue a different foreign policy than his two immediate predecessors".

The imperial military-industrial establishment is stronger than ever, still concentrating power and riches. President Trump was exposed as subaltern, incompetent, and eventually reckless.

In this dramatic hours, we must pray for the innocent victims. We must expose American responsibilities in triggering the Syrian "Civil War" and in other imperialistic adventures. We must be aware of the #SyriaHoax. We must say #NOWAR again and again.

But all this is not enough.

We need a much more radical approach to cure American imperial hubris.

Two important things can be reminded tonight:

- all over the world we must act to dismantle the American empire of bases; here in Tuscany we have to do something against NATO aggressive poising;

- in America we have to give support to peace movements, ranging from the anti-imperialistic activism up to the anti-war isolationism (the opposite sides of the political spectrum must cooperate in this dramatic situation).

In particular we must support American progressive decentralists, all over the United States. They can scale back and down the immense power concentrated in Washington and give birth to a new American spring of human-scale democracy, and social inclusion, and peace.

The best drug to cure American hubris we have met on the net up to know, is this intervention from the Free Vermonter Robert Williams Jr.

Please read it, diffuse it.

Unlikely as it may sound, Vermont Second Republic is the royal road to put an end to American internal inequality, international imperialism, militarism and corruption.

sabato 25 marzo 2017

Ripensamento europeo



In un ideale dialogo a distanza con quello che l'amico Walter Baier ha scritto su Il Manifesto il 22 marzo scorso, sulla necessità di fare dell'Europa uno dei nostri beni comuni, anche su questo blog vogliamo dire qualcosa sulla necessità di un profondo ripensamento europeo.
Non abbiamo facili ricette da suggerire, ma alcune domande da porre, a margine della celebrazione del 60° anniversario dei trattati di Roma del 1957, che dettero inizio a quel potente processo di integrazione europea, di cui oggi le istituzioni della Unione Europea e quelle di governo comune della Eurozona sono il risultato.
Teniamoci intanto lontani dal diluvio di parole retoriche - e fuorvianti, quando non false - su quanta pace e libertà ci avrebbe garantito il processo di integrazione europea. Chi ha cercato di studiare criticamente (come ha tentato di fare chi scrive, con la sua ricerca "Disintegration as Hope") i processi di integrazione geopolitica, compresi quelli posti in essere nel mondo post-colonialista e nel dopo 1989, come appunto la Unione Europea, ne conosce bene i limiti, gli squilibri, le ingiustizie interne, le violenze esportate all'esterno.
Restiamo piuttosto con i piedi ben piantati in un mondo in cui i più possono capire quanto sia fondamentalmente iniquo lo scambio fra più "borse Erasmus" (o anche più fondi strutturali europei, o più posti di lavoro a Berlino o a Bruxellles) e la distruzione dell'istruzione pubblica (o della finanza locale, o delle imprese artigiane locali) nelle regioni meno "competitive" della Unione Europea.
Al primo posto noi mettiamo sempre le persone, specie le più umili, quelle che per vivere devono vendere il proprio lavoro, come ricorda giustamente Walter Baier.
L'Europa unita deve essere ripensata innanzitutto per loro.
Noi crediamo, però, che le persone, oltre a vedersi garantiti lavoro e diritti, vogliano - e forse debbano - partecipare all'autogoverno del proprio territorio, attraverso istituzioni democratiche locali in cui ciascun cittadino senta di poter fare la differenza.
Per consentire questa radicale emancipazione, il tema del rafforzamento ed eventualmente la moltiplicazione di forti autogoverni locali, che abbiano, per dirla con il candore dell'anziano leader socialista indipendentista scozzese Jim Sillars, un potere sfrenato di cambiare le cose, ci sembra ineludibile.
Nelle periferie d'Europa è davvero difficile continuare a subire direttive europee come la Bolkenstein, che costringono le comunità locali a mettere in discussione l'assetto dei propri servizi pubblici, la gestione dei beni comuni, il confezionamento dei cibi, il futuro delle imprese locali. 
Ci sembra urgente discutere sulla riduzione piuttosto che l'aumento dei poteri europei; sulla sussidiarietà verso istituzioni di autogoverno locale piuttosto che la concentrazione di ulteriori funzioni in organi di governo continentale.
Proposte di un "New Deal" europeo, come quelle lanciate dalla sinistra europa con Alexis Tsipras o dalla rete Diem25 di Yanis Varoufakis, sono suggestive, ma corrono forse il rischio di essere subalterne ai progetti federalisti di costruzione di un superstato europeo.
Perché solo una Europa trasformata in una federazione - in un vero stato in tutto fuorché nel nome - potrebbe davvero fare cose come mutualizzare il debito, erogare un sussidio di disoccupazione europeo, o avviare politiche sociali capaci di trattare allo stesso modo tutti i suoi cittadini, dall'Olanda alla Grecia, dal Portogallo all'Austria.
E' davvero desiderabile per i cittadini e per le loro comunità locali - lo chiediamo specialmente a quelli e quelle che si sentono parte di una cultura democratica, socialista, progressista - intraprendere la strada della trasformazione della Unione, o della Eurozona, o di parte di essa in uno stato europeo?
Ne dubitiamo fortemente, perché una grande democrazia continentale finirebbe per sbarrare alla stragrande maggioranza dei suoi cittadini esattamente quella radicale emancipazione di cui parlavamo poco sopra, emancipazione che è invece possibile in forti democrazie locali, dove intere cittadinanze possono sentirsi maggiormente partecipi e responsabili del proprio destino individuale e comunitario.
Non è forse vero, tanto per cominciare, che con il crescere delle dimensioni geopolitiche una grande repubblica finisce per essere una mera democrazia elettorale, dominata da chi domina i grandi media globali?
Anche nei rari casi in cui una grande democrazia mediatica continentale sia governata da una elite progressista, come per esempio fu quella guidata dai coniugi Roosesvelt, essa comunque rischierebbe di imporre, per esempio, iniziative e opere che calerebbero dall'alto sulla testa delle comunità locali, ovviamente in nome del lavoro e della giustizia sociale. Non si può facilmente sfuggire, anche in un mondo dove pure la popolazione ha maturato sempre più una coscienza ambientalista, alla realtà che tanto più potere e ricchezza sono concentrati, tanto più le opere imposte sui territori sarebbero faraoniche e, in definitiva, distruttive dei beni ambientali e delle reti territoriali esistenti.
Possiamo, inoltre, sorvolare sul fatto che le elite al potere nella attuale Unione Europea sono state fra le principali promotrici di trattati ingiusti come il TTIP, il TTP, il CETA? Dovremmo piuttosto prendere finalmente atto che non c'è giustizia nel c.d. "libero scambio" fra territori dove standard ambientali, diritti civili e sociali, salari e pensioni, non sono nemmeno lontanamente paragonabili.
E' poi un caso che ogni volta che si parla di rilancio e avanzamento del processo di integrazione europea, le elite dominanti finiscano sempre per inserire in ogni discorso europeista la prospettiva di un esercito europeo? E' davvero pensabile che una volta costituito un tale esercito continentale, questo non divenga, come già accade in altri grandi stati continentali, un "military-industrial complex", con una propria agenda militarista, magari in nome dell' "interventismo umanitario"? Ci pare necessario ascoltare, a questo proposito, la sfida che ci viene lanciata da piattaforme come Eurostop, contro eserciti internazionali permanenti, contro l'esercito europeo, contro la stessa NATO.
Infine, chiederemmo una maggiore riflessione su quanto sta accadendo vistosamente in Scozia, Catalogna, Corsica, ma anche, sia pure più silenziosamente, in molti altri territori europei dove esistono forti istituzioni locali, comprese le province olandesi, gli stati tedeschi, le regioni italiane.
Gli ideali europei sono davvero messi in pericolo da questi "localismi"? Ci pare piuttosto possibile, al contrario, che proprio la moltiplicazione di movimenti decentralisti nelle periferie d'Europa, gramscianamente capaci di inclusione sociale e rappresentanza politica, possa rappresentare un antidoto più forte di altri al veleno sparso dai nuovi movimenti populisti, anti-europeisti, neo-nazionalisti.


Firenze, 25 marzo 2017 (Capodanno fiorentino e pisano)
 
(Mauro Vaiani)

venerdì 3 marzo 2017

Non è il sistema Renzi

Tiziano Renzi (fonte)

Non credo che ci sia un "sistema Renzi", non so se esista un "giglio oscuro".
Ritengo, invece, che alla fine delle inchieste e dei processi, risulterà che gli attivisti, i sostenitori, i finanziatori, i cortigiani che hanno accompagnato la traiettoria politica della meteora Matteo Renzi, si riveleranno essere stati meno ingenui di tanti altri, quanto a rispetto delle leggi sulle nomine e sugli appalti, sulla raccolta di finanziamenti, sui costi della politica e della organizzazione del consenso.
Ci indicheranno il dito Renzi per non farci guardare alla luna CONSIP.
La CONSIP, infatti, è il vero problema, così come anche altre "centrali" create in questa terrificante stagione del federalismo a parole e dell'accentramento di ricchezze e potere nei fatti.
Approfittando dell'ignoranza diffusa, del conformismo dei media, della pigrizia degli accademici, della complicità dei burocrati centrali e centralisti, in un paese in cui non si conosce che ogni scala ha le sue economie ma anche le molto più pericolose diseconomie, si è cavalcata l'arrogante narrativa che il centro avrebbe messo fine alle spese pazze delle periferie.
Purtroppo, l'idea che gli acquisti centralizzati nella pubblica amministrazione facciano risparmiare è tanto generalmente creduta quanto radicalmente sbagliata.Primo, la pubblica amministrazione non è una azienda che acquista materie prime semplici e omogenee, sulle quali sia facile applicare semplici modellini scolastici tipo "ne compro di più, ho uno sconto maggiore". Continuare a credere a questo raccontino la dice lunga sull'ignoranza economica di questo paese.
Secondo, l'acquisto centralizzato di beni appena più complessi, per esempio delle matite, comporta un aumento tale della distanza fra chi ha bisogno della matita e chi ha il potere di comprarla, che alla fine si compreranno fatalmente o poche matite, o troppe, e certamente tutte inadatte a coprire i bisogni specifici di tanti uffici, luoghi e persone diverse.
Terzo, più grande è l'importo di un appalto, più è difficile controllarne l'efficacia, le qualità intrinseche, l'appropriatezza, la sostenibilità sociale e ambientale; saltando le proporzioni fra beni in questione e numero dei controllori disponibili, non ci sarà più controllo sistematico, ma non funzioneranno nemmeno i controlli a campione. Anche le rare volte che si riuscirà a formare una squadra di controllo motivata, come per esempio quella di Cantone e della sua ANAC, essa non potrà occuparsi altro che di aspetti formali, di documentazione, di reputazione degli interessati, non potendo ovviamente entrare nel vivo e nella materia di ogni fornitura - non esistendo tuttologi, nemmeno fra i magistrati. Controlli meramente formali, quindi, che potranno comunque essere fatti solo su un grande appalto o un grande progetto alla volta. Un po' poco, ci sembra, come capacità di controllo, anche per questa nostra sfacciata e decadente repubblica.
Queste osservazioni stanno tutte fra il mero buon senso e una qualche minima capacità critica rispetto alla complessità delle organizzazioni umane, acquisita da chi scrive in trent'anni di lavoro e trent'anni di studi.

In fondo, però, in gioco, c'è ben altro.
Dobbiamo assolutamente ritrovare nel profondo di noi stessi un candido e radicale rifiuto della concentrazione di ricchezze e di potere.E' necessario per salvare la nostra diversità e le nostre autonomie sociali e territoriali, che sono la nostra umanità, cioè ben di più importanti che un po' di austerità e di onestà, che pure sono virtù necessarie, e anch'esse calpestate, dal centralismo, e anche dai renziani e dai renzisti.

Sì, forse anche i Renzi sono o hanno tentato di essere un'altra delle tante "consorterie" toscane alla scalata del potere a Roma, sulla scia di illustri personaggi del nostro passato (i fanfaniani, la cerchia di Ricasoli, su su risalendo fino alla scalata dei Medici che riuscirono a essere papi e principi). Ma non guardate al dito dei Renzi, bensì alla luna della CONSIP.

lunedì 27 febbraio 2017

Toscana da riscrivere









E' arrivato il momento di trasformare il "NO" al centralismo che abbiamo espresso il 4 dicembre scorso, contro la riforma Boschi-Renzi-Verdini, in una azione politica diretta per la libertà e la giustizia, per la difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici universali, per una radicale democratizzazione delle istituzioni dell'autonomia locale in Toscana, per rispondere alle attese della povera gente, per abbracciare senza riserve la fine del consumo di suolo e una politica zero-rifiuti, per la riforma dell'Euro e della casa comune europea, per il disarmo e la pace mondiale.
Chi scrive farà la propria parte, dopo trent'anni di attivismo e di studi sull'autogoverno della Toscana, a quasi vent'anni dalla pubblicazione di "Noi Stessi" (Vaiani, 1998), dopo aver condotto, nel proprio dottorato un approfondimento sulle condizioni sociali che rendono possibile la fine della concentrazione di ricchezze e di potere, in una nuova primavera delle democrazie locali (Disintegration as Hope, Vaiani, 2013).
Occorrono nuovi movimenti per l'autogoverno democratico, capaci di avviare, ciascuno nel proprio territorio, una concreta esperienza di riscatto sociale, oltre che in grado di federarsi dalla Scozia alla Corsica, dalla Catalogna al Kurdistan turco, per riformare la casa comune europea e tornare a impegnarci tutti insieme in un movimento internazionale per il disarmo e la pace mondiale.Ne occorrono anche nei diversi territori italiani e noi abbiamo fiducia che si stiano formando, a cominciare dal DEMA a Napoli e dal rinnovamento degli storici movimenti indipendentisti e federalisti, come quelli della Sardegna e del Veneto.
Ne vogliamo fondare uno anche in Toscana: un nuovo movimento per l'autogoverno della nostra madreterra.
C'è una Toscana da riscrivere, grazie alla veraforza operosa e mite della nostra della nostra coesione vernacolare, delle nostre tradizioni e libertà, dei sentimenti democratici e sociali che traggono ancora vita dalle nostre radici anarchiche e socialiste.
Dateci una mano.
Vi aspettiamo sabato 4 marzo 2017, alle 10, al circolo operaio di Porta al Prato, in via delle Porte Nuove 33, a Firenze.



sabato 18 febbraio 2017

Disco rotto Madia




L'emanazione di norme che rendano facilmente licenziabile il dipendente pubblico infedele risale, come minimo, all'inizio degli anni novanta.
Dai tempi di Renato Brunetta, fino alla attuale ministra Marianna Madia, poi, praticamente ogni anno vengono reiterate le grida manzoniane che annunciano che sarà sempre più facile licenziare i "furbetti".
E' un disco rotto, che i media ripropongono con disarmante subalternità e conformismo, non sapremmo dire quanto accorgendosi che, a intervalli talvolta di pochi mesi, si ripetono le stesse cose.
Inutile ricordare che il governo Renzi, purtroppo, è stato particolarmente spregiudicato nel ripetere questo tipo di annunci.
Facciamo un attimo chiarezza.
Le norme per punire i dipendenti infedeli ci sono.
Le nuove che stanno arrivando non fanno che ribadire previsioni che erano già nelle precedenti, magari scritte peggio e di più difficile applicazione (cialtroni o avventurieri del diritto, scegliete voi).
Ci sono già anche, e profumatamente pagati, con stipendi fuori controllo e fuori mercato, decine di migliaia di dirigenti pubblici a cui è affidato il compito di farle rispettare.
Alcuni non lo fanno, perché sono essi stessi dipendenti infedeli.
Alcuni dirigenti, va aggiunto, non possono farlo, perché si trovano a guidare piramidi di uffici che sono talmente mal organizzati, oppure impoveriti e marginalizzati, con tanti di quei guai quindi, da rendere la bassa produttività o l'assenteismo di alcuni dei loro sottoposti l'ultimo dei loro problemi.
La maggior parte non lo fa perché ormai non sono più funzionari indipendenti, ma personale nominato da ed ostaggio di un ceto politico parassitario CHE NON VUOLE che la pubblica amministrazione funzioni.
Perché?
Fa comodo, intanto, poter dare la colpa in tivù alle ultime ruote del carro.
Eppoi l'inefficienza degli uffici pubblici è una ottima scusa per esternalizzare ed appaltare a enti, cooperative, società esterne.
Ancora meglio quando si può "privatizzare" (che spesso vuol dire regalare), così si arricchiscono direttamente coloro con cui c'è vicinanza di casta, consuetudine sociale, empatia politica.
Nel frattempo, non dimentichiamolo, le pubbliche amministrazioni sono diventate direttamente responsabili della cinesizzazione di tanti lavoratori, bloccando i loro contratti dentro e imponendo contratti da fame a quelli esternalizzati fuori.
Ovviamente, mentre ci si fa belli sui media contro i "fannulloni", i politici continuano a creare masse di precari nelle pubbliche amministrazioni, personale che nel tempo poi si deve stabilizzare (più rapidamente se, magari, si presta a dare un facile consenso agli stabilizzatori).
Questa è la dura realtà, ovviamente molto complessa, che i media di regime tengono nascosta.


domenica 12 febbraio 2017

Amara Terra Mia



Amara Terra Mia, un classico di Domenico Modugno, è stata scelta come vincitrice della serata cover di Sanremo 2017, nella interpretazione del cantante di origine albanese Ermal Meta.
Ci pare un segno dei tempi.
Forse, dietro il voto dei social, si è fatta sentire una qualche forma di protesta contro la deportazione, l'impoverimento, la spoliazione dei territori, lo sfruttamento.



mercoledì 1 febbraio 2017

Management o sinecura?

Fonte: archivio ANSA


Non entriamo nel merito della sentenza sulla strage di Viareggio del 29 giugno 2009, in cui morirono atrocemente 32 persone.
E' una vicenda drammatica, la cui definizione richiederà ancora tempo, fatica, risorse e tanto, tanto, tanto dolore.
Mi sento però lievemente confortato dal fatto che la sentenza abbia riaffermato un principio che in Italia si era andato perdendo: dirigere una grande azienda che - quando qualcosa va storto - può uccidere, non è e non deve essere una sinecura.
La condanna di Mauro Moretti e dei dirigenti minori coinvolti insieme a lui nella catena della responsabilità, sia di monito a queste caste che dicono di essere "manager" e invece si limitano a riscuotere stipendi principeschi, senza sapere nulla di quello che succede nella polvere e nel sudore della vita quotidiana della loro azienda.
Non sanno nulla di turni massacranti, di stipendi da fame, di materiali e impianti invecchiati, di edifici e superfici abbandonate, di servizi esternalizzati a ditte che sono competitive solo perché pagano meno i loro lavoratori e utilizzano materiali di qualità più scadente, di competenze interne disprezzate, di esperienze e professionalità non trasmesse o mai rimpiazzate, di procedure rispettate solo formalmente, dell'azzardo quotidiano di muoversi e lavorare nel caos normativo italiano (ed europeo).
Se ne sapessero qualcosa, non avremmo i beni e i servizi pubblici e para-pubblici ridotti come sono ridotti.
E non vale solo per le ferrovie, sia chiaro.

mercoledì 18 gennaio 2017

Dodici professori da onorare

Un ritratto di Aldo Capitini (fonte)


Nella oscura e triste storia moderna italiana, fra tante infamie e vigliaccherie, risaltano il coraggio e l'integrità di quei pochi professori universitari ordinari che nel 1931 si rifiutarono di prestare fedeltà al fascismo.
Dodici di loro sono più conosciuti perché furono quelli che affrontarono frontalmente il regime, finendo licenziati.
Sono stati recentemente onorati dall'Università dell'Insubria, con un convegno e una targa: 1) Ernesto Buonaiuti, Roma (storia del cristianesimo); 2) Mario Carrara, Torino (antropologia criminale); 3) Gaetano De Sanctis, Roma (storia antica); 4) Giorgio Errera, Pavia (chimica); 5) Giorgio Levi Della Vida, Roma (lingue semitiche); 6) Fabio Luzzatto, Milano (diritto civile); 7) Piero Martinetti, Milano (filosofia);  8) Bartolo Nigrisoli, Bologna (chirurgia); 9) Francesco Ruffini, Torino (diritto ecclesiastico); 10) Edoardo Ruffini Avondo, Perugia (storia del diritto);  11) Lionello Venturi, Torino (storia dell'arte); 12) Vito Volterra, Roma (fisica matematica).

Alcuni pochi altri andrebbero ricordati, perché riuscirono in qualche modo a ribellarsi, come ricordano un articolo di Paolo L. Bernardini, un altro scritto di Simonetta Fiori e una voce ben scritta di Wikipedia.
Tutti gli altri, oltre 1000, cedettero, perché impauriti dalla miseria, accecati dalla loro presunzione, istruiti a restare dal loro partito o dalla loro conventicola.
Un particolare rammarico che su questo blog non può essere taciuto è che fra di essi non si trova un solo toscano.
Una assenza emblematica, che dice qualcosa su come tanti intellettuali toscani, anche allora, fossero guastati da conformismo, nazionalismo, togliattismo, gesuitismo.
La Toscana è in parte riscattata da Aldo Capitini, che era umbro ma che, per il suo rifiuto di iscriversi al Partito Nazionale Fascista, perse il suo posto di lavoro alla Normale di Pisa. Lo ricordiamo volentieri e con amore, per il suo contributo alla moderna cultura politica nonviolenta umbra, toscana e italiana.

domenica 1 gennaio 2017

Violenza politica in Toscana

Il 2017 si apre con una recrudescenza di violenza politica anche in Toscana, a Firenze: un pacco bomba davanti a una libreria in via Leonardo Da Vinci, considerata un punto di riferimento per persone simpatizzanti della destra sociale.
Un atto che merita universale esecrazione. Esprimiamo in particolare la nostra solidarietà all'artificiere rimasto gravemente ferito, mentre studiava come disinnescare l'ordigno.
Raccomandiamo vigilanza, per difendere integralmente la nostra civiltà politica e la nostra scelta di nonviolenza integrale.
Cittadine e cittadini toscani, compagni, conterranei, conserviamo i nostri valori e anzi rendiamoli ancora più visibili e più forti in questo anno nuovo.
Auguri a tutti noi.

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