Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

giovedì 30 aprile 2015

Cercasi princìpi disperatamente


Qui in Toscana faccio parte di una eterogenea comunità di persone con forti convinzioni civico-liberali, formatesi negli anni, in un cammino iniziato ben prima del 1989.
Non siamo tantissimi, non siamo più giovani, non siamo quelli di maggior successo, è vero, ma siamo noi la principale forza che può sostenere le necessarie riforme che attendiamo da Matteo Renzi.

Siamo una corrente accumunata da forti legami sociali e spirituali, prima ancora che da convinzioni politiche.
Lottiamo da decenni per ridurre il potere del centro sulle periferie; per diminuire le distanze e le disuguaglianze; per moltiplicare le occasioni di autonomia, riducendo la dipendenza dei cittadini dalle intermediazioni del potente di turno; per allargare e far circolare le elite; per rimettere in moto l'ascensore sociale per tutti, non per pochi.

Questa opinione pubblica civico-liberale si domanda - qualcuno anche in modo toscanamente canzonatorio, come il mio amico Andrea Auteri di Livorno - come mai il primo governo Renzi, una volta saltati i compromessi con i ceti politici di destra, di centro e di sinistra, non abbia colto l'occasione per sparigliare e rilanciare, invece che impiccarsi all'Italicum. Una legge che, così com'è - ammesso e non concesso che possa mai entrare in vigore - si presenta come un meccanismo anti-politico, buono solo a mandare al potere una persona, una sola, al comando di una pattuglia di deputati da lei nominati.

Forse è un po' troppo, anche per uno bravo, anzi bravissimo, come Matteo Renzi.
Non sappiamo come andrà a finire, ma siamo un po' delusi, e anche un po' tristi.
Al federalismo italiano ed europeo servirebbero princìpi antichi, non un nuovo aspirante prìncipe.
Una volta rotto con Denis Verdini, dovendo andare alla conta, davanti alle corti, e magari anche al referendum, sarebbe stato meglio farlo da posizioni più forti e più popolari, quelle di sempre, le nostre: piccoli collegi, primarie obbligatorie, obblighi democratici non solo nella competizione elettorale, ma anche nella vita interna dei partiti.
Le nostre inquietudini, purtroppo, non sono state ascoltate.
Da noi, quindi, ci si aspetti lealtà, ma non certo applausi.


domenica 26 aprile 2015

Il giorno dopo la Liberazione



Con mamma ieri ero al pranzo popolare, repubblicano e antifascista, organizzato dalla Casa del Popolo di S.Niccolò, a Firenze.
Abbiamo festeggiato il 70° anniversario della Liberazione. 
Una bella giornata di riscoperta dei nostri valori civici e civili.

Eravamo con Silvano Sarti, nome di battaglia "Pillo" (nella foto), che ha trovato ancora una volta il modo di sollecitare un senso critico verso la politica e i partiti d'oggi. Il mio amico don Andrea Bigalli ha chiesto una riflessione su un tema antico ma sempre più spinoso, nel nostro tempo di cittadinanza digitale, quello dell'analfabetismo di ritorno, che mina alla base partecipazione e inclusione nella vita repubblicana. C'erano le mie compagne e compagni di Ireos, sempre in prima fila contro la discriminazione che colpisce le persone queer. Fra i tanti interventi, voglio ricordare anche quello del comitato mamme e genitori "L'infanzia non si appalta", di cui avremo occasione di riparlare presto.

La Liberazione è un momento centrale per la costituzione dell'identità toscana moderna, del federalismo italiano ed europeo, del risveglio dopo le sanguinose ubriacature nazionaliste, della pacificazione spirituale e sociale attraverso l'impegno interclassista per la libertà e per l'uguaglianza - impegno comune, da portare avanti tutti insieme, senza settarismi e frazionismi.

Il mio amico Inaco Rossi - ex repubblichino che, dopo essersi ritrovato dalla parte sbagliata, ne pagò il prezzo con onore e infine, dopo l'amnistia, aderì con entusiasmo alla nuova repubblica democratica italiana, fondata sul lavoro - è sempre spiritualmente con me, quando partecipo a questa festa.

Le tante esperienze e le diverse sensibilità che erano rappresentate in piazza Poggi, ieri, erano anche accumunate da una comune critica contro l'incompiuta riforma del sistema dei partiti. Lasciatemi esclamare: finalmente!

Il giorno dopo la Liberazione, sui media italiani soffia forte il vento cattivo di una contrapposizione nata male e irrigidita peggio, quella sull'Italicum.
In cosa stanno sbagliando, il primo governo Renzi e tutte le opposizioni, a mio parere?
Nell'aver lasciato eclissare, in una discussione tutta politicista e tutta interna all'attuale ceto politico, il tema centrale che in Italia resta irrisolto, da quando il popolo ha cominciato a buttar giù la partitocrazia, a colpi di referendum e di voti alle liste anti-sistema.
In Toscana, fra i democratici e i liberali, si è eclissato il tema delle primarie istituzionalizzare in piccoli collegi sovrani. Proprio qui, dove primi le avevamo celebrate con una legge regionale pionieristica.
Di conseguenza, il tema è scomparso dall'agenda del PD italiano e quindi da quella del paese e, a ben vedere, dall'agenda politica europea.

L'unico modo per avere una nuova generazione di leader locali forti, rappresentativi e unificanti, capaci di riforme profonde contro lo status quo toscano, italiano ed europeo, è quello di far tornare d'attualità il tema delle primarie istituzionalizzate e della sovranità elettorale del popolo che vota in piccoli collegi. Altro che capilista bloccati e lotteria unica nazionale dei nominati dalle segreterie di partito!
Finché non otterremo questo, resteremo inquieti e insoddisfatti.
Continueremo la nostra resistenza, finché la sovranità non tornerà al popolo, qui in Toscana e oltre.


Onore all'insegna del
Comitato Toscano di Liberazionale Nazionale


giovedì 23 aprile 2015

Porte strette, ma aperte


In tutto il mondo, in tutti i mari, ci sono persone che s'imbarcano a loro rischio e pericolo, in cerca di una altra opportunità.
Ci sono sempre state.
Ci siamo già dimenticati dell'Exodus del 1947?
Non abbiamo accolto - anche noi, qui, in Toscana, nelle nostre parrocchie - dei «boat people» che fuggivano dal Vietnam alla fine degli anni settanta?
Lo ricordava bene Emma Bonino, sui media italiani, in questi giorni, dopo l'ecatombe di domenica scorso.
Chiudere gli occhi non serve.
Possiamo appellarci ai media internazionali, perché alimentino una campagna dissuasiva, ma non basterà.
La mera repressione militare - anche quando venisse realizzata - non riuscirà a fermare l'arrivo di clandestini.
Sia chiaro che i rifugiati politici e bellici non sono, se non marginalmente, parte dei flussi illegali attraverso il Mediterraneo di cui si discute oggi.
Il vero problema sono i migranti economici, per i quali occorre una politica nuova, costruita in collaborazione con i governi locali dei paesi del Mediterraneo.
Non c'è bisogno di alcuna nuova guerra, ma solo di accordi con le autorità locali più credibili - che ci sono, anche in Libia, Mali, Eritrea, Somalia.
Le regioni italiane, la Toscana più di altre - anche se l'Europa non fosse d'accordo, come probabilmente sarà, nonostante l'impegno di Renzi - possono aprire la porta a molte di queste persone, prima che esse si gettino in pasto ai pesci.
A molte, non a tutte - questo per chi scrive su questo blog è ben chiaro.
Allora facciamolo.
Andiamo lì e apriamo in Africa, in Medio Oriente, in Turchia, i necessari centri di informazione, riconoscimento, registrazione, concessione di visti.
Creiamo un circuito virtuoso di immigrazione legale per i migranti economici, che sono la maggior parte delle vittime del Canale di Sicilia.
Sono intimamente certo che, dopo aver creato nuove porte, strette, ma aperte, avremo anche maggiore forza politica e chiarezza morale per fermare le partenze clandestine e per rimpatriare gli illegali. 
Sì a una politica anti-proibizionistica e legalitaria, anche su questo drammatico versante.

lunedì 20 aprile 2015

Attenti a essere malati e militanti

Un semplice invito a leggere la storia di Andrea Trisciuoglio e dei farmaci a base di cannabinoidi che gli sono stati sequestrati il 26 marzo scorso. All'errore, ancora oggi, a distanza di quasi un mese, nessuno ha posto rimedio. Attenti a essere malati e militanti.

domenica 19 aprile 2015

Ennesima ecatombe nel Canale di Sicilia


Aggiungiamo anche la nostra flebile voce a quella di tante persone che ancora credono nella comune dignità umana e nei doveri della nostra condizione, non solo nei diritti.
Ci sono alcune cose ragionevoli che l'Italia, la regione autonoma della Sicilia, Malta, la Tunisia, i governi provvisori della Tripolitania e della Cirenaica, possono fare subito, con l'aiuto delle organizzazioni regionali e internazionali di solidarietà, Vaticano e ONU compresi.
Non importa essere tutti d'accordo.
Non importa essere d'accordo su tutto.
Non occorrono cifre molto più grandi di quelle che già oggi si spendono nel sorvegliare il Canale di Sicilia.
I funzionari dell'Unione Europea che si occupano di migranti dai loro comodi uffici della Frontex, a Varsavia, potrebbero forse, attraverso questo sforzo ragionevole, recuperare un po' di credibilità.
Queste cose sono già state dette da cittadini ed esperti tunisini, maltesi, italiani e libici: andatevi a rileggere i contributi di Giacomo Fiaschi su Facebook, oppure a riascoltare i podcast di Radiomigranti - a cura di Andrea Billau - su Radio Radicale, oppure a ripercorrere il lavoro sociale e politico di una persona come Mercedes Frias.
Nonostante le loro differenze politiche e culturali, queste persone convergono su almeno un punto chiave: in Eritrea, in Etiopia, in Sud Sudan, in Azawad (Nord Mali), nel Fezzan (Libia), in Egitto, in Tripolitania, in Cirenaica, in Tunisia, occorre creare dei punti di accoglienza, dove migranti e rifugiati possano valutare con le nostre autorità la loro possibilità di venire legalmente nell'Unione Europea, mentre i loro risparmi e la loro salute sono ancora consistenti, prima che essi cadano preda dei trafficanti di schiavi, o almeno quando ancora non tutto è perduto.
Basta retorica, basta lacrime di coccodrillo, basta demagogia, basta inganni e auto-inganni.
Creiamo questi centri di accoglienza in Africa, d'accordo con le autorità locali, ovunque possibile.
Subito.

giovedì 16 aprile 2015

Testa e cuore per la Toscana


Stefania Saccardi ieri ha aperto il suo comitato elettorale in Via Guido Monaco 20A, a Firenze, in una zona comoda e accessibile. Una bella sede, che i volontari hanno reso accogliente ed elegante. C'è anche un giardino e le barriere architettoniche sono limitate.
La vicepresidente della Toscana torna per le strade del suo collegio fiorentino, per chiedere un nuovo mandato al popolo toscano.
Non mancano certo i problemi, in queste elezioni regionali, anche in Toscana - ne parleremo - ma abbiamo in lei un punto di riferimento.
Crede nella giustizia sociale senza sprechi e senza trucchi. Si impegna in favore di chi si impegna per se stesso, nel rispetto degli altri e delle leggi. Può portare molte novità negli apparati regionali toscani, che ne hanno davvero bisogno.
In sinergia con lo sforzo di cambiare che ha intrapreso il presidente Rossi e con la competenza di persone come l'assessore Bugli, Stefania Saccardi può fare la differenza.
La sosterremo.
Buona campagna!

lunedì 13 aprile 2015

Attacco alle autonomie speciali


Ogni tanto ritorna, come certe rondini che non fanno primavera, un attacco politicamente sguaiato e istituzionalmente sgrammaticato alle autonomie speciali della nostra repubblica: la Sicilia, la Sardegna, la Valle d'Aosta, la provincia autonoma del Trentino, la provincia autonoma del Sud Tirolo, la regione autonoma Friuli-Venezia Giulia.
Fatta la tara alle semplificazioni mediatiche, ogni persona che ami ragionevolmente il proprio territorio e che creda nella democrazia locale, può tranquillamente rendersi conto che dietro questi attacchi ci sono preoccupanti dosi di populismo autoritario e tentazioni neocentralistiche.
Noi le respingiamo entrambe e stigmatizziamo anche quel pizzico di invidia economico-sociale e di odio per le diversità culturali e geopolitiche, che qua e là fa capolino nel coro degli indignati.
E' davvero troppo comodo prendersela con le autonomie speciali, quando si tratta di spiegare come mai, dopo 150 di unità italiana, il Trentino è efficiente, la Sicilia no; il Friuli si è sviluppato, la Sardegna molto meno.
Il regionalismo italiano è più che imperfetto, ma chi pensa che senza le regioni il paese sarebbe migliore, si sbaglia di grosso, sia storicamente, che politicamente.
Siccome studiare distanze geopolitiche e diseguaglianze sociali fa fatica - e gli studi meridionalisti sono passati di moda - si parla a vanvera, come se la vita politica in città e quella in montagna potessero essere organizzate allo stesso modo, come se una prefettura valesse un parlamento locale, come se il Nord fosse uguale al Sud, come se vivere al centro della repubblica o nella sua periferia fosse la stessa cosa.
Enrico Rossi, Matteo Renzi, riflettiamo seriamente, prima di avallare la tentazione centralista. In un paese grande, complesso, fragile e diviso, come la nostra malandata repubblica, sarebbe un pericoloso boomerang che, tornando indietro, farà parecchio male, soprattutto agli ultimi, ai deboli, ai lontani, ai diversi.


venerdì 10 aprile 2015

Buone leggi, non bei discorsi


Sia pace a tutte le vittime della violenza criminale esplosa ieri a Milano.
Non senza qualche ragione, questi omicidi sono stati collegati a tanta altra violenza esplosa in questi anni di crisi, a tante altre vittime della crisi economica e sociale.
Secondo noi, le persone responsabili accettano il fallimento, anche se in cuor loro sentono di essere state vittime di ingiustizie economiche, burocratiche, fiscali.
Nei casi più disperati, alcune persone d'onore si uccidono, piuttosto che uccidere.
Dobbiamo sempre condannare la violenza, anche se scaturisce dalla persona di cui potremmo comprendere, in qualche modo, l'esasperazione.
Tuttavia, contro le ingiustizie, contro la violenza, contro la crisi, non servono bei discorsi, ma occorrono al più presto buone leggi per:- ridurre lo strapotere di burocrati e politici,
- accorciare i tempi disumani della giustizia,
- restituire libertà e sicurezza a chi intraprende e rischia,
- dare una mano a tutti coloro che sono soffocati da eccessivi interessi sui loro debiti,
- pagare finalmente tutti coloro che stanno andando a fondo perché non riscuotono dalla pubblica amministrazione.
Vorremmo aggiungere, da ultimo ma non come ultima cosa in ordine di importanza, un appello accorato a che si ponga fine ai proibizionismi inutili. Sottraggono uomini e mezzi non solo dal controllo del territorio, rendendoci tutti più insicuri, ma anche dal controllo delle sedi giudiziarie, rendendo possibili tragedie come quella di ieri.

domenica 5 aprile 2015

Almeno agli Uffizi, basta precariato


Controllando sui motori di ricerca le ultime notizie sugli Uffizi ho trovato questo: il ministro ai beni culturali incontra i rappresentanti dei lavoratori, in vista della stabilizzazione dei precari. Bene, direte. Certo, dico anch'io, solo che leggete bene: si tratta di una notizia d'archivio di undici anni fa, scritta da Sonia Renzini sull'Unità di allora.
Senza fare facili ironie, è un esempio che ci ricorda quanto sia ripetitivo, inefficiente, sgangherato, ridicolo, noioso e pericoloso insieme, il neocentralismo italiano, malattia antica del nostro paese da cui né la prima, né la seconda repubblica, e per ora nemmeno Renzi, sono stati in grado di liberarci.
Oggi, domenica di Pasqua, gli Uffizi sono aperti e sono gratuiti, perché, ancora una volta, il ministro di Roma ha rassicurato i precari di Firenze.
Ne sono felice, ma perché dovremmo continuare così?
Gli Uffizi sono una realtà fantastica, incredibilmente attrattiva, remunerativa. E questo nonostante tutte le sue inefficienze, la pigrizia mentale con cui sono governati, le cattive leggi che ne regolano il funzionamento.
Almeno gli Uffizi potrebbero non avere precari.
Producono risorse che possono sostenere completamente l'istituzione e le realtà minori con essa collegate.
Potrebbero, quindi, qualificare e pagare meglio tutto il loro personale.
Anche chi fa le pulizie o chi stacca i biglietti, agli Uffizi, dovrebbe essere tutto personale interno, di fiducia, qualificato, ben retribuito.

Almeno agli Uffizi, basta con gli inganni, basta sfruttamento, basta accanirsi contro gli umili.
Buona Pasqua di liberazione!


Fonte: http://www.firenzemadeintuscany.com/it/

sabato 4 aprile 2015

Vedremo meno mostri?




Vedremo meno mostruosità edilizie ed urbanistiche?
Ne vedremo abbattere qualcuna, di quelle che hanno reso irriconoscibile la Toscana?
Me lo domando ogni mattina, quando con la mia pandina a metano mi sposto, lungo la direttrice Mezzana-Via Perfetti Ricasoli, da Prato verso Sesto e poi verso Rifredi.
E come potrei non chiedermelo?
Mentre attraverso un territorio consumato e cementificato, vedo laggiù sullo sfondo la linea d'orizzonte di Firenze sfigurata.
La mole esagerata, elefantiaca, disfunzionale del nuovo palazzo di giustizia, le esagerazioni delle varie cooperative, lo scempio di stato dell'ecomostro della scuola carabinieri, e tanti altri disastri, non solo hanno oscurato il cupolone, ma hanno ucciso l'armonia di Firenze.
Collaborando con Alessandro Antichi, dal 2005 al 2010, nell'ufficio del portavoce dell'opposizione nel Parlamento toscano, ho dato una mano con lui e alcuni pochi altri protagonisti di una opposizione trasversale alla vecchia sinistra di allora, a sollevare un movimento di opinione pubblica contro gli scempi edilizi e gli eccessi di consumo di territorio in tutta la Toscana: da Firenze a Monticchiello, da San Miniato alla Versilia, da Livorno alla collina di San Vincenzo, da Poggibonsi a Santa Maria di Castiglion della Pescaia.
In una delle regioni più pianificate d'Italia, infatti, per tutti era diventato difficile lavorare e costruire, mentre gli amici degli amici dei mandarini installati negli uffici tecnici e nelle segreterie politiche dei comuni e della regione, hanno potuto fare il comodo loro, a spese del territorio e del paesaggio.
La legislatura regionale 2010-2015 e la nuova situazione politica hanno portato delle provvidenziali novità, è indubbio.
Mentre a Firenze Matteo Renzi ha realizzato la svolta della crescita zero del consumo di suolo, in regione il nuovo presidente Enrico Rossi, insieme all'assessore Anna Marsan, ha imposto il piano del paesaggio e una politica più conservativa.
Intendiamoci, che un altro piano possa fermare le mentalità sbagliate e gli scempi, è tutto da dimostrare, purtroppo.
Tuttavia non voglio essere pessimista, in questa veglia pasquale.
Troveremo il modo di cambiare, nell'interesse dei più e per il bene delle generazioni future.

venerdì 3 aprile 2015

Verso la pace fra Occidente e Persia

Il raccoglimento e la preghiera del Venerdì Santo devono lasciare il giusto spazio a una notizia davvero importante.

La gioia degli Iraniani alla notizia dell'accordo
sul controllo del nucleare, raggiunto ieri,
giovedì 2 aprile 2015, a Losanna
Fonte: http://www.corriere.it

Senza affrettarsi a festeggiare, senza enfasi, senza eccessi di ottimismo o pessimismo, si deve tuttavia accogliere con soddisfazione la notizia dell'accordo maturato ieri fra l'Iran e le grandi potenze, in materia di controllo del nucleare civile in quel paese e di impegno comune contro la proliferazione di nucleare militare.
Sia chiaro: è solo una tappa in un lentissimo e faticoso processo di normalizzazione delle relazioni fra Occidente e Persia.

Il cammino è e sarà difficile, ma la destinazione è certa.
Ce lo ha testimoniato da tempo Akbar Ganji, per la cui liberazione molti toscani - ricordo qui, fra gli altri, Alessandro Antichi, Severino Saccardi, Stefano Marcelli - si sono impegnati per anni, e che nel giugno 2006 è diventato nostro concittadino fiorentino e toscano e ha ricevuto il gonfalone d'argento del Parlamento toscano.

Ce lo ha confermato Shirin Ebadi, premio Nobel per la Pace, che abbiamo accolto a Firenze lunedì 6 luglio 2009, anche lei ospite del Parlamento toscano. Shirin Ebadi, vale la pena ricordarlo, parlò alla cittadinanza toscana all'Accademia, sotto l'ombra del David di Michelangelo, simbolo per eccellenza del nostro republicanesimo toscano e di libertà per tutta l'umanità.

Siamo certi che l'Iran sta cambiando e noi con lui.

Sbagliano coloro che si attardano in fosche previsioni geopolitiche. Fra tutti i regimi che vengono dipinti come nemici dell'Occidente, l'Iran è il meno monolitico e i popoli della Persia sono pieni di giovani, donne, intellettuali, ma anche classi dirigenti, che stanno preparando un cambiamento denso di speranza. La gioia della gente per le strade di Teheran è la prova che la lunga attesa di un'altra primavera in Iran, potrebbe essere davvero vicina alla fine.

Sbagliano coloro che vedono l'Oriente prigioniero di una presunta inevitabile rivalità fra Sciti e Sunniti. I regimi che si fronteggiano nell'area non sono divisi da qualcosa di atavico o irrazionale. Usano etichette religiose e culturali di un passato che non esiste più, solo come pretesti per giustificare la loro permanenza al potere e l'oppressione dei loro popoli.

Sbagliano i guerrafondai americani, insieme al loro beniamino Benjamin "Bibi" Netanyahu, che alimentano una retorica anti-iraniana, in cui sono i primi a non credere. A sentire loro, l'Iran avrebbe dovuto essere pieno di armi nucleari da quasi un decennio, ormai - chi scrive lo può testimoniare, perché è fra quelli che ha loro creduto, anni fa. In rete sono quasi scomparse, ma noi custodiamo alcune tracce della conferenza 2006 dell'AIPAC (American Israel Public Affairs Committee), che era intitolata «Now Is Time to Stop Iran», nella quale si ipotizzava che entro pochi mesi l'Iran avrebbe potuto cancellare Israele dalla carta geografica con armi atomiche. E quante altre volte, prima e dopo, ci siamo sentiti dire che l'Iran era a un passo dal diventare una potenza nucleare... Tutte previsioni tanto fosche quanto, grazie al cielo, assolutamente infondate.

Sbaglia anche la mia amica Fiamma Nirenstein, temo, quando si attarda ad alimentare la narrativa sulla presunta doppiezza iraniana, presentandola come un tratto religioso e culturale, la «taqiyya», il tradizionale diritto di mentire concesso ai musulmani per un fine utile all'Islam. La loro religione non consente di essere più machiavellici di quanto non conceda la nostra. Le difficoltà a raggiungere accordi credibili e a farli rispettare non sono più grandi stavolta, di quanto non lo siano state durante la Guerra Fredda. Semmai saranno minori, nell'era dei social globali e di un crescente attivismo globale.

Non ci facciamo alcuna illusione, ma sappiamo, da una osservazione attenta della società iraniana di oggi, che quei popoli vogliono la pace almeno quanto la vogliamo noi. Non possiamo sottrarci, quindi, al sacrificio e al rischio di scommettere, ancora una volta, sulla pace e sulla libertà, contro la guerra e contro la paura.






giovedì 2 aprile 2015

Dentro un sindacato, in cerca di libertà e solidarietà

Dopo tantissimi anni, sono tornato ieri a varcare la porta di un sindacato.
Mi sono iscritto alla Unione Sindacale di Base (USB), che a Firenze ha sede in Via Giuseppe Galliano, 107, non distante dalla mia biblioteca di Novoli.
E' anche il sindacato per cui ho votato alle recenti elezioni per la Rappresentanza sindacale unitaria (RSU) del Comune di Firenze, dove è uscito fuori come seconda lista, dopo la CGIL.
L'ho scelto per la sua indipendenza dalle burocrazie della vecchia politica, per la sua anima intrinsicamente federale e federalista, per le sue radici anarchiche, per il suo ecologismo e internazionalismo, per le sue proposte anti-corruzione, per la sua difesa dei beni comuni e dei servizi pubblici (senza ideologismi e senza conservatorismi), per il suo impegno contro la povertà e, in particolare, contro l'impoverimento dei lavoratori.
Il nostro leader in Comune è il collega Stefano Cecchi, che ha una caratteristica importante, rispetto a tanti altri leader politici e sociali: non è un nominato, ma è stato eletto con voto libero e segreto in elezioni regolate e aperte a tutti.

mercoledì 1 aprile 2015

Una scelta radicale


Mi costerà altri sacrifici, ma non potevo sottrarmi.
I sessant'anni del movimento radicale meritano uno sforzo da parte di tutti noi che ogni mattina ci sintonizziamo con Radio Radicale per ascoltare «Stampa e Regime», condotta dal grandissimo Massimo Bordin.
I radicali, se non ci fossero, andrebbero inventati.
Personalmente, non sarei quello che sono e non sarei riuscito a salvare la mia innocenza e i miei ideali, senza di loro.
I movimenti radicali sono speranza contro ogni speranza, per la mia terra, per il mondo, per tutti.
Mi sono iscritto.
Ecco, sento che ho reso più autentica la mia Pasqua.
Auguri a tutte, a tutti, per cambiamenti davvero radicali.





La vignetta di Vincino per i 60 anni radicali
Fonte: http://www.radicalparty.org/


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