Uno diverso in Toscana, che crede, in questa nostra madreterra, in questa fugace vita, in qualcosa di diverso.

sabato 20 novembre 2004

Archivio - Come sono finito con Verdini e con Berlusconi

Il 20 novembre 2004 intervenni, come esponente civico-liberale e coordinatore del gruppo Toscana Libertaria, alla Conferenza programmatica organizzata da Forza Italia Toscana. Riproduco qui la trascrizione del mio intervento, che fu fatta dall'organizzazione e a suo tempo pubblicata su un sito di quel partito, purtroppo oggi non più in linea. Può aiutare a far comprendere come mai cominciai a collaborare con la parte politica di Denis Verdini e di Silvio Berlusconi in Toscana. Le parentesi quadre segnalano punti del testo in cui sono intervenuto per renderlo più leggibile (Nota dell'A., martedì 7 dicembre 2010).


Intervento di Mauro Vaiani

Grazie di avermi dato questo minuto per parlare.
Sono da undici anni impegnato con “Insieme per Prato”. Forse ci conoscete perché è un organismo civico che ha ormai una sua storia.
Da tre anni coordino anche un gruppo di studio e di collegamento che si chiama “Toscana Libertaria”.
Le associazioni che ne fanno parte hanno una forte storia locale, una grande autonomia, una anima civica e libertaria, una loro elaborazione culturale.
Talvolta sono pezzi della sinistra che in qualche comune o in qualche borgo si sono staccati dal partito–stato, o piccole liste civiche che poi sono grandi invece, perché rappresentano un momento di grande unità tra persone. Molte delle quali sono normalmente impegnate nella Casa delle Libertà.
Noi dialoghiamo [con le persone del centrodestra toscano] da ormi tre anni, perché speriamo che arrivi il momento di un progetto che noi chiamiamo “Toscana insieme”. Una realtà che possa diventare un’alternativa valida a “Toscana democratica”. Qualcosa di toscano per i Toscani, da fare insieme con un atteggiamento il più unitario, il più aperto inclusivo e possibile.
So qual è il bello del maggioritario e la gente per strada lo capisce di più di molti di noi che siamo impegnati nella vita politica.
Sono anche il segretario dell’associazione Italia-Israele a Livorno e, quando sono stato cacciato dall’università, perché avevo invitato il signor Cohen il 14 ottobre scorso, ho visto e toccato con mano il bello del maggioritario.
La semplice reazione [a quell'evento di intolleranza] da parte di una opposizione credibile, rappresentata in quel momento dall’intervento di Denis Verdini, che approfitto per ringraziare, ha provocato una immediata reazione anche da parte del governatore Martini, che è stato spinto a condannare questa cosa incredibile che era successa a Pisa.
Perché il bello del maggioritario è questo: che qualcuno di credibile è all’opposizione, [per cui anche chi è al potere deve stare attento, essere più credibile].
Una credibile opposizione è un vero punto di riferimento, che può agire [trasversalmente in positivo] su tutta la società, e in questo caso ha agito.
Non è poco! Perché noi vivevamo le prime ore, i primi giorni, nel silenzio assordante dei professori e dei vari esponenti della società civile pisana che mi dicevano: “Ma Vaiani, ma come si fa a invitare un Israeliano, senza una controparte palestinese, nell’ambito di un’iniziativa per la pacificazione, per il ritiro di Israele da tutti i territori occupati?". So cosa tanti avevano nella testa, figuriamoci: il ritiro unilaterale di Israele, come se Israele fosse un unico insediamento da sloggiare!
E' stata questa la reazione media di tanti e ne siamo usciti solo dopo questa azione chiara, benefica, utile, maggioritaria: l'intervento diretto di Verdini e la necessaria risposta di Martini, che hanno provocato il risveglio della sinistra democratica Pisana e del mondo universitario.
Sessant’anni di egemonia sono una cosa seria. Un sessantennio.
Dobbiamo immaginare di trovare un minimo comune denominatore di liberalizzazione della nostra terra, per arrivare al momento in cui questi sessant'anni di egemonia finiranno.
Stiamo parlando di qualcosa di difficile e di delicato, qualcosa che richiede probabilmente un approccio da grande coalizione, qualcosa di simile alla coalizione democratico-repubblicana con cui Giuliani pose fine a quella che era la roccaforte democratica della città di New York. Ma non importa guardare così lontano. Il vostro e nostro Michele Bazzani, con il suo gruppo “Obiettivo Comune” di Barberino Val d’Elsa, è riuscito a imporre l’alternanza e, in questo modo, a stroncare questo conformismo che lentamente ci uccide… Ci vorranno anni per riprenderci dal conformismo che la sinistra in questa Toscana, prima tutta nera, poi tutta rossa, poi tutta bianco-rossa, in una continuità di stili di governo, di egemonia, di controllo di tutto, che dura da sessanta anni.
Forse ci vorrà una generazione intera per riprenderci dai guasti di questo conformismo.
Io lavoro all’università e ogni giorno ricevo centinaia di mail. Moltissime sono battute, disegni, vignette contro Berlusconi. Non ne ricevo mai una che ridicolizzi o faccia ridere o strappi un sorriso sui potenti di questa terra, di questa nostra terra Toscana. Non credo che ci si possa sentire così tranquilli, così sicuri in una terra in cui persino i comici ridono solo di Berlusconi e non dicono mai nulla su quello che il centro-sinistra rappresenta qui.
Noi proseguiamo in questa nostra opera di evangelizzazione.
Vi invito a un grande approccio unitario nei prossimi mesi.
Non si deve neanche pensare all’allargamento per forza di uno schieramento. Ogni forza politica vada verso l'appuntamento delle elezioni regionali del 2005 con la sua autonomia, la sua storia, le sue persone e i suoi leader naturali.
Però noi li vediamo qui, oggi, dei leader naturali che saranno in grado di aprire un dialogo che allarghi la Casa delle Libertà.
Voi sapete che noi viviamo in una terra dove la maggioranza assoluta degli adulti almeno una volta ha votato per il partito comunista italiano.
Grazie a D-o le cose cambiano.
Dei leader naturali di impronta liberale possono raggiungere qualche altra fetta della nostra società.
Le tre esperienze che ha ricordato Massimo Baldini, prima, di governo del centro destra in Toscana - [Grosseto, Arezzo, Lucca] - sono state anche esperienze di allargamento di coinvolgimento di inclusione.
Noi facciamo un’azione lealmente centrista, cioè stiamo in mezzo alle liste civiche, nei vari gruppi e comitati, tra cui quello dei “Centouno”.
Abbiamo un dialogo diretto anche con Renzo Macelloni [, il pragmatico ribelle leader che vorrebbe una sinistra toscana più moderna].
Noi facciamo un ragionamento per un approccio lealmente unitario...
Non vogliamo entrare nella vostra organizzazione o nella vostra vita di partito politico, noi siamo associazioni toscaniste.
Noi ci occupiamo di Toscana.
Ci piace fare qualcosa in Toscana, da Toscani, per la Toscana.
Crediamo che un cartello toscano aiuterebbe a promuovere la dignità, la libertà, il dialogo.
Toglierebbe anche le conseguenze pericolose della struttura verticale che ha la casa delle Libertà...
Se qualcosa va storto a Roma, perché bisogna pur mettere in conto che qualcosa vada storto a Roma - anche se auguriamo a questo governo il successo per tutte le sue riforme - non crediamo si debba interrompere un dialogo per il cambiamento della Toscana.
Se a Roma c’è una rottura forte, se ci sono dei temi forti che dividono a livello nazionale o europeo, non è detto che ci debbano dividere in questa regione, dove dobbiamo ripristinare un minimo di agibilità politica e imporre per la prima volta l’alternanza.
Sono convinto, per fare un altro esempio, che sia l’euroscettico sia l’eurofanatico, che abbiano un minimo di amore per il buongoverno e per il ripristino delle tradizioni e delle libertà della Toscana, possano tranquillamente collaborare nei prossimi anni.
Non credo, aggiungo, che in Toscana sia [significativa] una contrapposizione tra laici e cattolici, perché noi, che nelle nostre associazioni abbiamo radici cattoliche, ebraiche e laiche, sappiamo benissimo [che non sono le radici] che possono dividerci...
Quando si parla di ripristinate un minimo di buon governo, un minimo di amore per le cose fatte bene e un minimo di libertà, non è decisiva nemmeno la contrapposizione sinistra-destra. Anzi noi abbiamo bisogno della sinistra moderata e riformista, di qualche testa libera da quella parte. Abbiamo bisogno del dialogo fra la destra più moderata e quella più conservatrice.
[Abbiamo bisogno di essere] uniti da dei leader naturali che abbiano la voglia e la capacità [di realizzare] l’alternanza e il cambiamento in Toscana.
Grazie.

lunedì 8 novembre 2004

A wake-up call for gay movement

Archiviamo qui questo importantissimo intervento di Patrick Guerriero, allora leader del Republican Log Cabin, in cui si commentano i durissimi risultati elettorali che, in 11 stati USA, hanno fermato il cammino del movimento queer verso la "marriage equality" (Ndr, 18/4/2012).


News Release
For Immediate Release

November 08, 2004
Contact: Christopher Barron
Log Cabin Republicans Public Affairs
(202) 347-5306 (O) or (202) 297-9807 (M)
press@logcabin.org

Patrick Guerriero, Log Cabin Republicans President, Statement on Election 2004
(Washington, DC)— The November 2004 election represents a historic wake-up call for
gay and lesbian Americans and organizations. We lost. Not only did we lose our fight
against 11 anti-gay ballot questions, we lost in the broader social and political landscape
of America. If we listen to those attempting to sanitize or sugarcoat the post-election
analysis, we are doomed to repeat our mistakes and destined for more setbacks in the
years ahead. Winning our principled fight for fairness and equality will require bold,
controversial, and strategic change from all of us. Many in the LGBT community will be
offended by what it may take to get us back on track, but history teaches us that bold
leadership in times of crisis does not always win instant popularity contests.

1. The gay and lesbian community needs to focus less on Washington, DC, Hollywood and
Manhattan and more on the American heartland and the South. Like it or not, Michael
Moore, Bruce Springsteen, and Rosie O'Donnell will never convince the Iowa farmer,
the South Carolina veteran, or the West Virginia coal miner to be on our side. Much more
important than increasing attendance at all our organizations' expensive black-tie dinners
is the work we should be doing hosting rural barbecues and town hall meetings for honest
discussions with people who disagree with us. We need to value and support the gay and
lesbian families in suburban, middle, and rural America who are changing America one
person and one neighborhood at a time. Far too many Americans believe that we value
Prada shoes, botox injections, and party drugs over hard work, family, and patriotism.
While so many gay and lesbian Americans have been incredibly generous with their
commitment of time, talent and money, we need the image we project to match reality.
And, it should never be easier to get 5,000 people to a circuit party than it is to get 500
people to pick up the phone and call their Congressman. The most important work we
can do in the days, months and years ahead will happen on the ground in conservative
red states, with local grassroots organizations.

2. We need to embrace not reject the reality that most Americans, including most gay
Americans, are people of faith. Until gays and lesbians can find peace and acceptance
and new allies in some of our churches, synagogues, and mosques we will continue
to be marginalized in our own country. Yes, we have allowed the radical right to usurp
and control the lexicon of family values, faith, and morality. We will win elections only
when more religious-minded voters consider our journey for fairness and equality worthy
of their support. While we need to continue developing progressive allies for our fight, we
should be cautious about taking on all of their baggage at the same time. The gay wedge
issue was effective in this election because our opponents were successful at clumping our
struggle for equality in with anti-war protesters, the Janet Jackson wardrobe malfunction,
the move to take God out of the Pledge, the late term abortion debate, and a whole range
of other cultural issues. We need to talk less about all the rights we want and do not
have. Instead, we need to talk more about the moral and ethical responsibilities we are
ready to accept as our life-long relationships are recognized.

3. It is time for all of us to go on the offense rather than always playing defense on the
radical right's turf. The voices of intolerance have successfully used the anxiety during the
first days of the national debate about marriage equality as a tool to pass anti-civil union
and anti-domestic partnership legislation. Instead of simply defending against anti-gay
measures, we should be offering targeted ballot questions and legislative action on issues
such as domestic partnerships, civil unions, hospital visitation, and tax fairness that
already have overwhelming support from the majority of Americans. Let's watch the
radical right show their true colors and expose their intolerance by opposing basic fairness
for our families without their "protecting marriage" cover. The path to full recognition for
our families will require patience, persistence, and pragmatism. Expecting middle-America
to support civil marriage equality when many gay and lesbian Americans are today
ambivalent or still uneducated about the issue will never work.

4. In our two-party system we will never win without dedicating significantly more of our
time, energy, and resources into working with Republicans and conservatives. On gay
and lesbian issues we already have the support of Ted Kennedy and Nancy Pelosi. We
deeply appreciate their support, but we need to earn the support of Republicans from
Ohio and Missouri and the support of conservative Democrats from Virginia and Georgia.
No successful lobbying group in America attempts to find legislative remedies for their
priorities without investing significantly in both political parties. With the Republican Party
controlling most of the country's political power, Log Cabin shares a huge responsibility to
lead this effort but Log Cabin cannot do this alone. Yes, for some of us, this means
spending time with, making political donations to and even endorsing some politicians
who don't agree with us 100% of the time. This sometimes awkward but pragmatic path
is how courageous Democrats turned anti-gay Democrats into reliable allies over the past
two decades. As we judge who our friends and opponents are in Congress we should
think twice about labeling party-line procedural votes and refusal to sponsor our
legislative priorities as anti-gay. We can and must speak out against anti-gay legislation,
hate speech, and anti-gay votes. But we should attempt to do so without burning every
bridge and without demonizing those who we need to educate and work with in the years
ahead. When our most reliable friends are up for re-election, they deserve
our community's full support even when they are Republicans. And, President Bush has
won a clear and decisive popular vote and electoral college victory. He is our nation's
duly elected leader and we must find a way to work with him and his administration over
the next four years.

5. More important than winning in the courts of America is the harder work all of us must
do to win over the hearts and minds of the American people. History teaches us that the
judiciary will and should play a crucial role in recognizing the constitutional rights of all
citizens. Our friends and allies in the legal community deserve great credit for their
important work. But the courts alone cannot mandate an inclusive and tolerant America.
The courts cannot prevent a backlash of anti-gay constitutional amendments. We need to
win in the legislatures, in the voting booths, and in the hearts of fair-minded citizens to
give credibility and power to our cause. Our work will not be done until we reach a day
when our victories have legitimacy inside and outside the court houses of America.
Earlier this year groups such as Log Cabin were strongly criticized for expressing concern,
shared by individuals such as Congressman Barney Frank, about the disregard for the rule
of law in places like San Francisco and New Paltz, New York. Log Cabin was moved by the
emotion of these ceremonies and grateful for the support of these inclusive public office
holders. However, we feared the political effect that these actions would have on our
greater struggle. We must accept that sometimes we cannot always do what feels good
in the short term. Sometimes we have to do what is pragmatic and what will aid our
battle over the long term. We shouldn't be afraid of a healthy debate inside or outside of
the gay community over these critical issues.

While these days may seem overly challenging to some, we can find peace in realizing
that history and decency are on our side. Despite November's setbacks, we are making
incredible progress in the fight for equality and fairness. Exit polls show almost two-thirds
of Americans support civil marriage equality or civil unions. Most Americans, especially
young people, are moving in our direction. The signs of progress are clear; however we
must be willing to accept a new strategy to achieve complete success. This new strategy
doesn't mean our goals have changed or our commitment to fairness and equality has
diminished. Our goals remain the same. Our commitment to success is even stronger. I
am confident that we will win. The choices we make as a result of the election outcome,
in the weeks, months, and years ahead will determine how soon our victory is achieved.

###

Log Cabin Republicans is the nation's largest organization of Republicans who support
fairness, freedom, and equality for gay and lesbian Americans. Log Cabin has state and
local chapters nationwide, a full-time Washington office, and a federal political action
committee.

http://www.logcabin.org

venerdì 27 agosto 2004

Il buon senso di un cittadino

Archivio anche qui questo omaggio al buon senso civico di Mario Pistoia, giornalaio a Torre del Lago. A distanza di anni, queste riflessioni raccolte una sera d'estate, sono ancora incredibilmente attuali. La politica e la burocrazia, invece, restano prigioniere di un miscuglio di pregiudizi e cattiverie, di prepotenza e impotenza (Nda, 11 agosto 2011).


venerdì 27 agosto 2004
Ieri sera al centro civico di Torre del Lago Puccini,
fra le delusioni di una stagione andata malissimo,
le risse interne ai burosauri della sinistra,
il rancore diffuso in un paese in cerca di riscatto,
si accende una piccola luce:
l'intervento di Mario Pistoia, 60 anni, giornalaio


Il giornalaio di Torre del Lago

Antefatto: basta con la musica per strada
Sabato 21 agosto 2004 un'ordinanza della polizia municipale di Viareggio intima ai locali più popolari della marina di Torre del Lago di sospendere ogni tipo di attività musicale. Si sono superati i limiti acustici di legge e la confusione disturba la riproduzione della flora e della fauna del parco di Migliarino e San Rossore, di cui le dune e le pinete di Torre del Lago fanno parte.
Poiché la musica e la possibilità di ballare liberamente per strada, sono da anni il principale motivo che spinge migliaia di persone a passare le notti dei finesettimana su quel lungomare, ciò significa la fine anticipata della stagione; un mese di lavoro perso per più di cento stagionali; danni economici difficilmente calcolabili ma non indifferenti in una stagione turistica che già è stata magra; un futuro incerto per decine di imprenditori che proprio in questi ultimi anni e sull'onda del successo della musica liberamente ballata per strada, in accordo con il parco e con il comune, hanno investito in nuovi locali sulla Marina, indebitandosi e accollandosi mutui decennali.
Se a tutto questo si aggiunge che uno dei locali chiusi è il famoso MamaMia, bastano poche ore a tutti i burosauri che tengono in pugno la Versilia da 60 anni, per capire che forse stavolta l'hanno fatta troppo grossa per passarla liscia. Il MamaMia è il punto di riferimento italiano (ma noto ormai anche oltre le frontiere della repubblica) per la variegata comunità glbtf. La sigla indica: le persone gay, lesbo, bisex, transessuali, nonché tutti gli "f", cioè i "friends", gli amici del variegato mondo arcobaleno. Una piccola ma combattiva parte delle folle che invadono il lungomare di Torre del Lago le notti dei sabati estivi non sono semplici "giovani", ma proprio loro, persone irrimediabilmente e irriducibilmente "diverse".
Come è ovvio attendersi da una comunità minoritaria che ha pochi punti di riferimento e poche "aree franche" in cui ritrovarsi, i gay, le lesbiche e i loro amici vivono questa chiusura come una minaccia e una discriminazione e, sin dalle prime ore del mattino della domenica 22 agosto, i "diversi" si rivoltano. Partono proteste, maratone di messaggi via sms e posta elettronica, appelli ai giornali e a tutte le autorità locali.
E' a rischio l'intera operazione, in cui pubblico e privati investono da anni, ben conosciuta come Friendly Versilia: il tentativo di fare di Torre del Lago una mecca del turismo gay, attraente, divertente e trasgressiva come le famose, o famigerate, Mykonos e Sitges, ma ben integrata negli eventi ricreativi, culturali e musicali che rendono famosa la Versilia nel mondo. Un punto di riferimento per i "diversi", uomini e donne che sono ovviamente single e che raramente hanno dei figli, capace di convivere con il tradizionale turismo delle famiglie della Toscana e del Nord che possiedono o affittano una casa nelle isole residenziali che costeggiano tutta la Versilia, a partire dalla stessa Torre del Lago.
L'ordine nasce dalla libertà: la testimonianza di Mario Pistoia
Giovedì 26 agosto 2004, al centro civico di Torre del Lago Puccini, in un'assemblea pubblica indetta dal consiglio circoscrizionale, uno dei primi a prendere la parola è Mario Pistoia. 60 anni ben portati, aspetto paterno, voce pacata. Di mestiere fa il giornalaio a Torre del Lago. Interviene come rappresentante di un gruppo di esercenti della zona. Il suo intervento, che qui riportiamo con libertà ma certi di restargli fedeli nello spirito, è come una luce nell'oscurità.
Ricorda a tutti che la marina di Torre del Lago è stata rinnovata da tanti imprenditori che hanno contratto mutui e fatto investimenti sulla base di piani che sono stati concordati con il parco e con il comune e che la sola frequenza giornaliera ai bagni e alle spiagge libere non è sufficiente a creare il giusto ritorno ai sacrifici fatti.
La stagione strettamente balneare è breve alla marina di Torre come in tutta la Versilia. Le famiglie vengono per periodi sempre più corti. I vecchietti affezionati al borgo lentamente ma inesorabilmente scompaiono.
Le migliaia di ragazzi che vengono a divertirsi la notte sul lungomare, invece, sono un patrimonio immenso. Li guardiamo un po' sconcertati a volte, per i tatuaggi, per i piercing, per le canne e le troppe bottiglie in mano. Poi ci parliamo e sentiamo che sono studenti di medicina e di ingegneria in pari con gli esami, lavoratori puntuali e impegnati, parecchi fidanzati che presto si sposeranno e metteranno su famiglia. Dal pubblico scappa una battuta: magari non tutti si sposeranno e avranno figli... Risate, applausi.
Forse quando abbiamo rinnovato la marina, continua Mario, non ci aspettavamo queste nottate piene di gioventù, ma non sono certo il parco o il comune o la polizia a poter decidere dove la gente deve andare.
Questi giovani sono il nostro futuro. Vengono a passare qualche notte qui e intanto conoscono il nostro mare, le dune, la bellezza sempre sorprendente della spiaggia libera della Lecciona. Si affezionano. E torneranno, magari comprando e affittando case, quando ne avranno la possibilità. Come è successo in questi anni, in cui sono stati proprio questi giovani così strani a ripopolare Torre del Lago, che era in un declino che sembrava senza speranza.
Chiudere i locali? Fatelo, se credete, dice Mario. Lui licenzierà sei ragazzi che avrebbero dovuto stare un altro mese a fare la stagione con lui. Sono universitari che lavorano per mantenersi agli studi. Questo sarebbe l'obiettivo del comune, del parco, dell'ARPAT?
Il parco ci voleva costringere a fare tutti ristorantini, dei mortori magari di classe e con pochi clienti, ma poi chi avrebbe dovuto frequentarli, con questi chiari di luna e con questi prezzi?
E' chiaro che non tutti i locali della marina possono trasformarsi in disco bar o discoteche, ma lasciamo che sia la fantasia dei gestori e la concorrenza a stabilire una differenziazione e la giusta quantità dell'offerta.
La musica per strada è un divertimento economico e semplice. Può darsi che debba cominciare più tardi, perché i ristoranti possano lavorare prima che il viale diventi troppo affollato, ma anche questo viene da sé, i ragazzi arrivano tardi e comunque arrivano quando vogliono.
E nella notte, poi, gli si deve dare sfogo. Fanno molti chilometri, fanno una bella fila per entrare alla marina, fanno fatica a parcheggiare, spendono 5 Euro per lasciare la macchina. Quando iniziano a ballare magari è già l'una. Perché si vuole mandarli via alle due o alle tre? E poi perché dobbiamo mandarli via tutti insieme, creando automaticamente un grande ingorgo e tantissima confusione tutta insieme? Tutta la notte dovrebbe andare la musica, magari sempre più bassa con l'avvicinarsi dell'alba, incoraggiando la folla a defluire lentamente e gradualmente.
Di nuovo applausi dal pubblico del centro civico.
Abbiamo sempre pensato al futuro economico del nostro paese come a un tutt'uno, riprende Mario, il lago, il borgo e la marina dovevano restare uniti e godere tutti di un'eventuale ripresa.
Abbiamo voluto l'anfiteatro per la musica, il museo di Puccini, l'abbellimento del borgo, la pulizia delle pinete e delle spiagge, la protezione del mare. Ci siamo impegnati per tutto questo e ora perché non dovremmo riuscire ad ospitare nel modo giusto questi ragazzi che vengono a ballare nei finesettimana per un paio di mesi l'anno?
Certo, dobbiamo darci da fare. Dovremmo finalmente ottenere che il collegamento della marina con l'Aurelia sia completato, in modo tale che il borgo non sia più minacciato dal traffico nelle notti dei sabati più affollati.
La marina, le strade centrali del borgo, la strada del lago dovrebbero essere, sulla base di calendari semplici e chiari per tutti, pedonalizzate nei momenti di maggiore affluenza, per far stare tutti a passeggio e a divertirsi con tranquillità. Dovremmo fare dei bei parcheggi all'ingresso del nostro paese e avere delle navette che portino la gente a ballare alla marina tutta la notte, ma anche la gente all'opera sul lago, ma anche alle feste e alle iniziative che si fanno nel borgo.
Abbiamo bisogno di presenza delle forze dell'ordine, che devono essere sempre visibili e vigilanti.
E il parco, si sente mormorare in sala, dovrebbe occuparsi del cuore delle pinete, della pulizia del sottobosco e dei sentieri, della sorveglianza giorno e notte, non delle scartoffie e delle chiacchere sul rumore o sui gay o sugli etero che vanno a ballare. I dipendenti del parco si dovrebbero vedere in giro a pulire e a sorvegliare, non solo quando c'è da mettere i bastoni fra le ruote alla gente che lavora e che cerca di arrivare a fine stagione con il meritato guadagno. Già, si sente ancora dire in sala, il parco dov'era quando hanno costruito la Coop? E quando ci sono le feste dell'Unità? Quei burocrati, come tutti i burocrati, si muovono bene nel casino delle leggi e leggine e le applicano a comando a seconda che tu sia loro amico o avversario.
L'ordine viene dalla libertà, conclude Mario. Poche regole chiare, condizioni di eguaglianza per tutti gli operatori economici, presenza e vigilanza quando serve, rispetto per tutti. E che si possa tranquillamente lavorare e ci si possa liberamente divertire, finché si può.
Una luce nell'oscurità
Mario Pistoia parla molto di più dei cinque minuti che erano stati previsti per ciascun rappresentante degli interessi economici e sociali della comunità, parla da vecchio torrelaghese e da persona di buon senso, pacata, che ama la libertà e il lavoro.
Illumina una serata che si preannunciava grigia e cupa. Oscura persino la concretezza e la semplicità con cui pure aveva parlato il sindaco Marcucci, che certo non è un diessino doc (infatti il suo partito non lo ha mai molto amato e lo ha escluso da una carriera toscana o nazionale) e che è stato colto di sorpresa dall'improvviso attivismo dei suoi funzionari.
Come sembrano lontane, viste dall'edicola di Mario, le ARPAT e gli Enti Parco, gli uffici comunali e regionali, con tutte le loro leggi e regolamenti applicati a singhiozzo, i loro controlli sempre incompleti, i loro provvedimenti incoerenti e arbitrari, i loro dirigenti irresponsabili e incontrollabili di fronte alla comunità, i loro altissimi costi di gestione del nulla più assoluto.
Nel corridoio, ai margini dell'assemblea, scambiamo due parole con Paolo Spadaccini, consigliere comunale dell'UDC, che ci spiega come sia stata una iniziativa sua e del suo partito a scatenare il casino. Una loro protesta di inizio agosto, ha prodotto, a fine agosto, quando i funzionari di turno sono tornati dalle ferie, ovviamente, un gran bel casino. Certo che se ci fosse stato davvero un pericolo ambientale serio, un mese di ritardo dalla segnalazione sarebbe criminale... Ma è ovvio che il pericolo ambientale non c'era, o meglio, non c'era più del solito... Il parco non fa praticamente mai nulla per salvaguardare le pinete e la splendida spiaggia della Lecciona dagli abusi che ovviamente ci sono, di giorno con i fiumi di persone che vanno al mare, forse più che la notte quando è solo la strada a riempirsi di macchine e persone.
E non c'è nemmeno, mi ribadisce fermamente Spadaccini, alcun atteggiamento antigay. I gay sono figli e fratelli di tutti, sono in tutte le famiglie, di destra e di sinistra. I loro soldi li spendono nei negozi di tutti.
Se ci sono eventuali rancori e prudori, notiamo noi, contro la diversità e contro forme diverse di vita e di spiritualità, questi sono un rumore di fondo che si produce e si sente dappertutto, sia a sinistra che a destra. Anzi, vista l'egemonia che esercita la sinistra in Toscana, sarebbe il caso che si cominciasse a guardare cosa succede, di fronte alle vere differenze, nelle sue case del popolo e nelle sezioni dei suoi partiti.
L'UDC di Spadaccini porta a casa un solo vero risultato politico: catalizzare l'insofferenza del popolo verso gli atteggiamenti, ritenuti rigidi, parziali e arbitrari, delle autorità del parco, nei confronti di tanti proprietari e imprenditori. Soprattutto, si intuisce, quelli che non sono del giusto colore politico.
Questa insofferenza si percepisce, è palpabile, anche in questa sera a Torre del Lago, anche dopo che il cuore ti si è aperto dopo aver ascoltato Mario Pistoia.
E' il rancore profondo di tanti residenti di Torre del Lago - ed anche dei proprietari di seconde case che vengono per venti, o trenta giorni l'anno, o poco più - nei confronti del comune, del parco, di tutte le burocrazie.
E non c'è da stupirsi. Torre del Lago Puccini, un borgo assolutamente bello e denso di attrattive, lo attraversi, lo frequenti e capisci che con poco, se fosse amministrato meglio, potrebbe essere cento volte più curato, più attraente, più ricco.
Il rapporto fra Torre del Lago e il comune di cui fa parte, Viareggio, è storicamente conflittuale. Si esprime politicamente nel fatto che il borgo non ha mai avuto le maggioranze di sinistra bulgare che invece ci sono a Viareggio. Non è mai stato egemonizzato dalla sinistra. Si esprime amministrativamente nel semplice fatto che Torre del Lago non ha ricevuto mai da Viareggio le infrastrutture, le piazze, le strade, la cura che avrebbe meritato.
La battaglia dell'autonomia, i referendum per separare Torre del Lago da Viareggio e costituirla in un libero comune autonomo, sono stati sin qui persi. L'ultimo referendum, quello celebrato insieme alle elezioni europee e amministrative, è stato perso perché è stato vissuto come un referendum fra la sinistra buona di Viareggio e del sindaco Marcucci e la destra cattiva di Torre del Lago e del presidente della circoscrizione, Athos Pastechi, di Forza Italia.
Nella partita del referendum il variegato mondo gay ha fatto la sua parte: ha massicciamente votato e fatto votare per il no all'autonomia. Convinti di votare per una Viareggio filogay e contro una Torre del Lago presunta antigay, hanno portato acqua al mulino dell'egemonia delle burocrazie dominanti. Forse, dopo essersi visti chiudere i locali all'improvviso dai loro presunti protettori, esattamente come altri imprenditori di centrodestra si vedono continuamente molestati dalle burocrazie dell'inamovibile sinistra toscana, in futuro avranno occasione di riflettere e di cominciare a porsi i problemi più laicamente.
Tutti all'edicola di Mario Pistoia
La vicenda dei locali di Torre del Lago, mentre chiudiamo questa testimonianza, sembra essere tornata nell'alveo del buon senso e della cooperazione.
Non verranno più chiusi, o meglio: verranno provvisoriamente riaperti.
Si addice di più questa eterna provvisorietà del diritto di lavorare e di divertirsi, a questa sinistra egemone della Toscana che non ha mai veramente molto amato né la libera impresa, né tutto ciò che non può controllare.
Non abbiamo chiesto a Mario Pistoia quali siano le sue convinzioni spirituali e politiche più profonde, né cosa pensi delle tante forme di turismo che invadono il suo paese, né come giudichi i gay. Anche perché siamo fermamente convinti che non li giudichi affatto...
Ci è bastato sentirlo parlare, per invitare tutti ad ascoltare la sua voce, la più profonda e più toscana che abbiamo sentito quest'anno: la voce del buon senso, della voglia di fare le cose bene e con zelo, l'amore per il buongoverno, le tradizioni e le libertà di tutti.
Andiamo tutti, di destra o di sinistra, più spesso alla sua edicola e cerchiamo di riconoscerci di più nei valori e nelle aspirazioni che lui ci ha testimoniato.

a cura di Mauro Vaiani (vaiani@unipi.it )


lunedì 5 luglio 2004

Eurocostituzione, eurovoto

Archiviamo qui questo articolo eurocritico, originariamente pubblicato nel luglio 2004 su http://www.liberalcafe.it (Nda di mercoledì 23 marzo 2011).

E’ arrivato il momento, per la prima volta nella storia della Repubblica italiana, di votare su un trattato internazionale, così come hanno già deciso di fare Francia, Inghilterra e altri paesi membri dell’Unione Europea. Non è uno dei tanti trattati che il nostro governo firma e il parlamento italiano ratifica. E’ il trattato che istituisce la Costituzione europea.
Il 18 giugno scorso i capi di stato e di governo dell’Unione Europea hanno raggiunto l’intesa su un atto di ulteriore integrazione politica dei 25 stati membri. Il progetto di trattato è consultabile integralmente, in una versione provvisoria ma consolidata, a questo link: http://ue.eu.int/igcpdf/en/04/cg00/cg00086.en04.pdf.
Le 325 pagine del trattato hanno due scopi principali: dare ai popoli di tutti i suoi stati membri una costituzione comune, che li unisca ancora più fortemente di quanto non faccia l’attuale sistema dei trattati in vigore; conservare e consolidare il cosiddetto “acquis” comunitario, cioè la quantità imponente di leggi e norme che il sistema comunitario ha prodotto in oltre cinquanta anni di storia.
La Costituzione europea verrà firmata solennemente a Roma il prossimo 29 ottobre, cioè nel luogo in cui furono firmati i Trattati di Roma. Forse non è inutile ricordare cosa avvenne nella capitale italiana 47 anni fa. Il 25 marzo del 1957 furono firmati i trattati che istituivano la Comunità economica europea (CEE) e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). I trattati furono firmati “per una durata illimitata” (artt. 240 del trattato CEE e 208 del trattato Euratom). Queste due istituzioni sono diventate l’odierna Unione Europea, che ha assorbito anche la più vecchia Comunità europea del carbone e dell’acciaio, che era stata fondata a Parigi nel 1951, e la meno nota Unione Europea Occidentale, che costituiva una specie di club europeo interno alla NATO.
L’Unione Europea è sempre stata, sin dalla sua fondazione, un progetto di integrazione. Il suo scopo è quello di dare vita, gradualmente ma progressivamente, ad un superstato europeo, capace di diventare nel mondo un gigante economico, militare e politico come gli USA, come una volta l’URSS, come domani saranno, forse, la Cina e l’India.
Importanti correnti della vita politica italiana non hanno mai voluto veramente questo, preferendo tenere ancorato il nostro paese alle istituzioni internazionali che ci legano agli Stati Uniti e all’insieme dei paesi occidentali (inclusa la Russia post-comunista). Hanno comunque contribuito al processo d’integrazione europea, perché hanno creduto nel mercato unico, in una certa armonizzazione delle legislazioni, in una sola valuta forte per l’intero continente.
Oggi il bilancio dell’Unione Europea viaggia sopra i 100 miliardi di Euro già a partire da questo primo anno di allargamento a 25 membri, di cui non meno di 6 sono spesi dall’eurocrazia per il suo funzionamento. L’Italia versa all’Unione oltre 11 miliardi di Euro e ne riceve indietro, con i decantati “finanziamenti europei”, meno di 8. L’Italia, in pratica, rimettendoci circa 3 miliardi di Euro all’anno, finanzia per metà la sopravvivenza dell’eurocrazia. 11 dei 25 paesi membri dell’Unione hanno la tanto sospirata moneta unica ed è evidente quanto sia dura, per tutti, vivere con una moneta unica così forte, prigionieri di un meccanismo di convergenza dei prezzi (non dei salari…) che ha avuto e avrà per anni conseguenze psicologiche ed economiche gigantesche. In Italia, la terribile e quotidiana sensazione è che uno stipendio di 1.000 euro ci sembra valere la metà di quello che valeva quando era di 2 milioni di vecchie lire.
L’eurocrazia è diventata un meccanismo gigantesco e complicato, vorace e incontrollabile.
Costa troppo per essere solo un mercato unico. E’ troppo verticistico e dirigistico per ispirare fiducia come possibile repubblica comune di tutti gli Europei.
La marcia verso l’integrazione europea è sembrata inarrestabile e sorretta dal conformismo di massa per quarant’anni (con l’unica eccezione del voto contrario del popolo norvegese all’ingresso nello spazio comunitario, nel 1973, dopo che il suo governo per anni aveva chiesto, trattato e infine ottenuto l’ingresso). Qualcosa si incrinò solo dopo la firma del trattato di Maastricht del 7 febbraio 1992, che creava la moneta unica e imponeva nuove drastiche forme di convergenza ai paesi membri dello spazio comunitario. La Danimarca, con un referendum lo bocciò. Uno dei più piccoli paesi dell’Unione dette inizio, con il suo libero voto popolare, ad un fecondo processo di lenta, faticosa ma necessaria uscita dal “pensiero unico europeista”.
L’eurocrazia è lontana dalla gente? Si riscoprono gli antichi progetti federalisti, che puntano a darle istituzioni più snelle e più democratiche. L’ordinamento comunitario è diventato una piovra che spende, interviene, legifera praticamente in tutti i campi? Si riscopre la parola “sussidiarietà”, cioè la necessità che l’Unione si occupi solo di ciò che gli stati ritengono opportuno delegarle. Persino ai critici del processo di integrazione, gli odiati ed esecrati “euroscettici”, si è dovuto restituire il diritto di parola. Oggi si parla apertamente del fatto che i popoli e gli stati membri dell’Unione devono conservare la possibilità di riprendersi sovranità, competenze e risorse, esercitando il diritto di “opting out”, cioè di “uscire fuori” da alcune politiche comuni dell’Unione e addirittura dall’Unione stessa. Infine si è cominciato a lavorare di più per l’allargamento dell’Unione verso i paesi dell’Europa dell’Est, quelli tornati alla libertà dopo il crollo del comunismo del 1989, che per il rafforzamento dell’Unione stessa. E’ chiaro che questo allargamento significa anche “annacquamento” e che l’Unione con 25 membri si mostrerà un organismo più lento nell’integrazione di quanto non sia stata la comunità dei sei stati fondatori della CEE. Senza contare che, in materia di guerra e di pace, in tutti i paesi dove il popolo vota e dice la sua, ci si domanda seriamente se abbia ancora senso puntare alla costruzione di una potenza militare europea o se non si debba piuttosto continuare a scommettere sul Patto atlantico e sull’alleanza fra tutti i paesi liberi, guardando oltre l’ONU, dove la stragrande maggioranza dei paesi membri sono governati da dittatori sanguinari che calpestano il diritto internazionale e i diritti umani, e che alimentano instancabilmente l’odio nei confronti dell’Occidente, cioè contro noi stessi.
Tutto questo, che forse è ancora prematuro definire un sano ripensamento, ma forse comincia a somigliare al ritorno a un principio di verità, dopo mezzo secolo di propaganda europeista, lo dobbiamo principalmente al referendum tenuto a suo tempo nel piccolo regno di Danimarca.
In Italia, con discorsi simili, si è ancora passibili di scomunica e si rischia ancora il rogo, ma in tutti i paesi dove sarà il popolo a votare per la Costituzione europea, di tutto ciò si discute apertamente e approfonditamente, senza che gli esiti siano scontati per nessuna delle tendenze politiche e culturali in campo.
Nei paesi dove sarà il popolo a decidere sulla Costituzione europea, non si biasimano gli Svedesi per avere detto no all’Euro, guarda caso con un referendum. Li si ammira, per aver avuto la fermezza di dire: ne riparleremo più avanti, cari eurocrati, magari trattando modalità più graduali e un tasso di cambio più favorevole di quelli con cui Prodi ha trascinato gli Italiani nel “paradiso” della moneta unica.
E’ vero che la Costituzione della nostra Repubblica vieta l’indizione di referendum sui trattati internazionali (art. 75), accetta la superiorità delle norme internazionali sul diritto interno (art. 10), acconsente alle limitazioni di sovranità (art. 11) e impone che la potestà legislativa centrale e regionale sia esercitata entro i vincoli europei e internazionali esistenti (art. 117). Queste gabbie giuridiche non impediscono però l’indizione, anche con una legge ordinaria, di un referendum di indirizzo politico, come quello che fu celebrato nel 1989. Allora si chiese al popolo se riteneva opportuno conferire al Parlamento europeo funzioni costituenti per portare avanti l’integrazione politica del continente. L’88% degli Italiani rispose di sì, il 12% rispose di no. Inoltre, proprio mentre si sta mettendo mano a riforma radicale della nostra Costituzione, con il progetto Bossi, per trasformare il nostro stato in una repubblica federale, la possibilità per il popolo di votare sulle questioni europee e sulle possibili nuove limitazioni alla nostra indipendenza nazionale a favore del superstato europeo, potrebbe e forse dovrebbe essere inserita nella riforma costituzionale stessa.
A favore del referendum hanno parlato in pochi, di diverse posizioni politiche rispetto al problema del superstato: Casini, forse favorevole ad un superstato veramente federale; Frattini, forse più prudente; Bertinotti, forse favorevole, purché l’Europa sia più sociale e meno liberale; gli esponenti della Lega Nord, forse i più euroscettici di tutti. E’ partita anche qualche iniziativa dal basso di sostegno all’auspicabile “eurovoto” nel 2005. Fra di esse, voglio ricordarne una che ha raccolto, per la sua indipendenza, semplicità e chiarezza morale, consensi sia fra gli euroscettici, sia fra coloro che vogliono andare avanti così, sia fra coloro che sognano un’Europa diversa: http://www.petitiononline.com/eurovoto/.
Le motivazioni e le ispirazioni sono tante e diverse, ma discuterne e, tornare a chiedere al popolo cosa pensa veramente, sarà salutare, soprattutto in questa nostra repubblica dove, essendo vietato per legge votare sulle tasse e sul nostro vero futuro, i politici hanno un potere così grande e così indiscusso nelle proprie mani. Forse troppo grande. Forse troppo indiscutibile, perché possiamo continuare a definirci liberi e a sentirci sicuri.

Mauro Vaiani, vaiani@unipi.it 

Fonte:
http://www.liberalcafe.it/modules.php?name=News&file=article&sid=88 (ultimo accesso nel 2007) 


Nota sulla petizione

La petizione citata nell'articolo,  http://www.petitiononline.com/eurovoto/ (ultimo accesso al sito il 23 marzo 2011), recitava:


A:  Presidente, Governo e Parlamento della Repubblica Italiana
Chiediamo che il popolo italiano possa votare sul nuovo trattato che istituisce la Costituzione Europea ed amplia ulteriormente i poteri dell'Unione Europea.


Fu firmata da 330 persone. Questi i primi trenta firmatari, un pugno di eroi liberali:


1 Mauro Vaiani Toscana
2 Davide Lopez Lombardia
3 Fabio Graziani Umbria
4 Paolo Ferrerio Lombardia
5 Davide Bacarella Toscana
6 Fioravante Scognamiglio Toscana
7 Giuliana D'Olcese Lazio
8 Arcangelo Santoro Campania
9 Davide Bertok Friuli - Venezia Giulia
10 Davide Contu Lombardia
11 Giorgio Cadoni Lazio
12 Roberto Sacco Inghilterra
13 Sergio Ruggeri Marche
14 Giuliano Gennaio Sicilia
15 Virusilgiornaleonline.com Mondo
16 Beppi Lamedica Veneto
17 Francesco Sensi Liguria
18 Romano Perrino Lazio
19 Andrea Lazio
20 Roberto Granzotto Veneto
21 Rosanna Graziotto Veneto
22 Giovanni Maria Mischiati Piemonte
23 Laura Caramia Puglia
24 Antonio Loro Milan Piemonte
25 Luca Pardi Toscana
26 Antonio Bacchi Toscana
27 Augusto Pastore Campania
28 Rosalba Conte Toscana
29 Massimo Pastore Toscana
30 Mariavittoria Pastore Toscana


Post scriptum
Come è andata a finire è noto: in Italia non ci hanno fatto votare, ma il progetto di costituzione europea è affondato lo stesso, sotto i colpi del voto popolare o del dissenso dell'opinione pubblica, in altri paesi, più democratici della nostra Repubblica.

giovedì 17 giugno 2004

Babbo, sono tornato comunista

Archiviamo e rilanciamo su Diverso Toscana uno scritto originariamente pubblicato il 17 giugno 2004, da Pisa, per S.Ranieri. Eravamo in un momento difficile del nostro impegno per il superamento della vecchia sinistra toscana, della nostra opposizione storica al sessantennio e al partito-stato. Cominciavamo appena a intravedere la possibilità di partecipare, come avremmo fatto poi con la candidatura Antichi nel 2005, a una importante tentativo di creare una nuova area politica civico-liberale, una alternativa e non solo una alternanza, anche in Toscana. Con questo scritto attaccammo l'aristocrazia rossa, che allora aveva ancora saldamente il potere in Toscana. Ci sono tornate in mente queste righe oggi, 8 ottobre 2012, grazie a un articolo molto bello, pubblicato da Il Foglio, nel suo paginone centrale II-III, firmato da Enrico Deaglio, intitolato "Renzi il giovane vs Bersani il vecchio". La cosa più bella dell'articolo, a nostro parere, è questa: né Renzi, né Bersani (né Vendola, né gli altri concorrenti) sono in alcun modo membri dell'aristocrazia rossa. Così, chiunque vinca le prossime primarie del PD, il 25 novembre 2012, non resterà nulla della vecchia nomenklatura che abbiamo lealmente contrastato, né della sua aspirazione a conservare una egemonia ormai svuotata da ogni contenuto gramsciano di liberazione politica ed emancipazione sociale, ridotta a mera riproduzione di casta, a pura conservazione di potere e privilegi. E' finita, per quella elite inamovibile contro cui lanciammo, con durezza ma anche con ironia, questo modesto scritto. Possiamo scriverlo? E' la conferma che qualcosa può cambiare, che vale la pena studiare e impegnarsi, che possiamo aspirare a vedere un rimescolamento delle carte, che c'è sempre la possibilità di una circolazione lapiriana di speranza contro ogni speranza (NdA). 




giovedì 17 giugno 2004
Testimonianza
di un anonimo principe
della Toscana
sulle vittorie elettorali del Centrosinistra
nel 2003 e nel 2004





Caro babbo,

sono tornato comunista.

Sono tornato qui. A prendere il mio posto, ad assumermi la responsabilità del mio retaggio, a governare come legittimo erede della dinastia.

Era dall’anno scorso che volevo scriverti questa lettera, sulla scia dell’entusiasmo per la vittoria del sindaco Fontanelli a Pisa. La sera dell’Ascensione, di ritorno dalla festa a S.Piero a Grado, avevo cominciato, forse ispirato dalla solidità di quelle antiche pietre, dalla gioia che leggevo nei volti dei nostri militanti dopo il successo elettorale, dalla facilità con cui il bianco frizzantino mi scendeva nella gola.

Poi è rimasta lì, assieme a tante altre cose. Un anno intero è volato. Sono stato impegnato dalla sistemazione della mia nuova villa su queste colline, da cui si vede la nostra amata Versilia, Pisa e persino il porto di Livorno.

Sono stato impegnato anche nel nuovo lavoro, davvero, non ti preoccupare. L’ho preso sul serio.

La nostra grande famiglia, il nostro partito, mi ha accolto come il figliol prodigo, facendomi entrare in una prestigiosa istituzione, in cui il posto per me non ci sarebbe mai stato, se fossi stato solo l’economista ambizioso e ribelle che fuggì da te, anni fa. Ho avuto questo incarico perché sono il tuo erede, il pronipote di uno dei fondatori del PCI, il nipote di un dirigente del CLN della Toscana, il figlio di un grande sindaco comunista.

Sono tornato in seno alla mia terra, alla mia famiglia, al mio partito, dopo tanto girovagare in giro per l’Europa e per l’America in cerca non so più neanche io di cosa. Finalmente comprendo anch’io, con nettezza, la grandezza dell’opera sociale di cui sono erede.

E mi manchi, babbo.

Vorrei che tu avessi assistito a questo mio ritorno.

Sono con i cugini di Prato, di Livorno e di Arezzo, a cui mi sono riavvicinato.

Non siamo stati tutta la notte a parlare di politica, babbo, non ti preoccupare.

Siamo stati per le strade di Pisa a bere e a ballare.

Ho ancora negli occhi i Lungarni splendenti della Luminara.

Ci siamo divertiti, ma abbiamo anche festeggiato le nostre rinnovate vittorie elettorali e politiche: le vittorie dell’Ulivo e del Centrosinistra, in queste Europee e Amministrative del 2004, qui in Toscana.

Ora i miei compagni di baldoria dormono. Io invece non ho sonno.

Forse sono ancora un po’ ubriaco… Me ne accorgo da quanto vorrei che tu fossi qui, a stringermi fra le braccia…

E’ quasi l’alba del giorno di S.Ranieri, babbo.

Sono seduto alla tua scrivania preferita, quella di mogano massiccio, così antica e solenne, macchiata di inchiostro e odorosa di tabacco.

Saresti stato felice di rivederci tutti insieme e goderti la luce di questo nuovo giorno e il profumo intenso dei gelsomini.

La più grande rabbia di un Toscano, dicevi quando ormai eri vicino alla fine, è che anche la vita più lunga sembra un passaggio troppo breve in questo che è il paese più bello del mondo.

Non per merito nostro, dicevi, sei sempre stato troppo rigoroso sulla nostra storia per arrogare alla nostra egemonia meriti impropri. Con la franchezza che solo i grandi si possono permettere, sostenevi che abbiamo solo rovinato la nostra terra molto meno di quanto altre classi dirigenti del XX secolo hanno fatto con i loro paesi e le loro città, sia nel mondo capitalista, che in quello socialista, che nell’inferno del terzo mondo.

Socialdemocratici nordici, democratici americani, socialisti francesi e spagnoli, peronisti argentini, comunisti russi e cinesi, nazionalisti arabi e africani, hanno reso le loro società tristi, povere, spesso tragiche, spingendo a conseguenze estreme il potere dei moderni partiti sulle masse, sfidando l’umanità, la storia, la tradizione, quello che gli esseri umani sono realmente.

Noi, in Toscana, siamo arrivati al potere con l’umiltà delle generazioni di militanti che hanno creduto nel partito e ne hanno fatto il moderno e insostituibile Principe della nostra società. Abbiamo esercitato con moderazione e responsabilità il nostro ruolo di servitori del popolo.

Raccogliemmo noi, alla fine del Ventennio e della guerra, i Toscani dalla paura e dal disorientamento. Il nostro ex compagno socialista e nazionalista, Benito Mussolini, aveva esercitato il potere in modo brutale ma anche così radicalmente innovativo. Aveva imposto alla Toscana un livello di conformismo politico forse mai raggiunto prima da nessun precedente regime. Al suo confronto il referendum truffa con cui la Toscana fu annessa allo stato sabaudo, le antiche egemonie dei club e delle logge laiche e liberali, i circoli clericali, le prime cooperative e opere popolari cattoliche e socialiste, sembravano preistoria della politica e le antiche tradizioni toscane di irriverenza e insofferenza verso il potere sembrarono definitivamente appannate.

Fummo noi a raccogliere quanto si poteva salvare e a spingere il popolo ad affidarsi ad una nuova classe dirigente, portatrice di valori sociali e nazionali, ma anche di moderazione, legalità, rispetto per i deboli, solidarietà con i poveri e gli affamati dalla guerra.

Siamo una classe dirigente accuratamente selezionata per cooptazione, certo cementata da meccanismi di fedeltà ai vertici, ma ancora capace di mandare avanti non solo i fedelissimi, ma anche alcuni capaci.

Siamo egemoni, ma siamo un governo realista, benevolo, pragmatico.

Per questo il popolo toscano ci ama e non ci abbandona.

La maggioranza assoluta dei Toscani adulti viventi ha votato, almeno un periodo della sua vita, per noi. Nel 1990, quando la Mosca dei sogni di tutti i comunisti crollava e l’Unione Sovietica si avviava allo scioglimento, il nostro partito aveva ancora un milione di voti, il 40%, da solo. Nel 2000, dopo il crollo di tutti i partiti della prima repubblica, salvo il nostro, avevamo ancora, da soli, il 37%. Alleati con i migliori esponenti della sinistra cattolica, laica e socialista della Toscana, abbiamo ancora, dappertutto, soprattutto quando chiamiamo a raccolta il nostro popolo e riusciamo a far votare almeno il 75% degli aventi diritto, la maggioranza assoluta.

Sono fiero che proprio te, babbo, fosti uno dei primi a chiedere riforme e cambiamenti, prima del crollo dei partiti del 1992. I nostri alleati e alcuni dei nostri stessi dirigenti sono troppo avidi, troppo disinvolti, ammonivi. Dobbiamo ricordarci che il popolo è come l’acqua. Oltre un certo limite non si può tenere.

Noi siamo i migliori pastori che i Toscani possano avere, dicevi, ma i Toscani meritano, per le loro antiche tradizioni, un governo moderato e prudente, che non esibisca sfacciatamente né la propria ricchezza, né il potere.

I nativi, fino agli anni ’60, erano solo poveri pescatori o montanari, mezzadri, piccoli proprietari, artigiani. Si sono affidati a noi perché la modernità e l’industrializzazione li hanno arricchiti, ma anche dislocati e disorientati.

Gli immigrati sono arrivati in gran parte da province povere di senso civico e di libertà e sono felici di aver trovato qui non altre o nuove mafie, ma strutture paternalistiche di governo, che hanno saputo guidarli e proteggerli.

Abbiamo dato alla Toscana grandi amministratori, che hanno saputo realizzare opere pubbliche e servizi sociali decorosi.

Non siamo stati incauti saccheggiatori del territorio e dei beni pubblici come certi socialisti del Nord o certi democristiani del Sud.

Non siamo stati arroganti con il popolo, né con gli umili, né con i ricchi.

I giornalisti, i professori, i magistrati, gli alti burocrati li abbiamo allevati noi, condividendo con loro il privilegio di appartenere alla nostra aristocrazia.

Il nostro prestigio morale è intatto. Grazie alla nostra moderazione, alla lezione di grandi uomini come te, noi siamo sopravvissuti, mentre gli altri partiti della vecchia repubblica sono stati annientati.

Noi ci avviamo, in un clima di grande fiducia e di stabilità, a festeggiare i nostri primi 60 anni al potere.

Tutti gli altri si limiteranno a festeggiare i 60 anni della liberazione dal Nazifascismo. Festeggeranno grazie a noi, non solo perché i partigiani comunisti furono la forza vincente nella guerra civile, ma soprattutto perché la nostra dirigenza politica decise di non proseguire la lotta armata fino alla conquista violenta del potere, alla fine della seconda guerra mondiale. Fu una scelta saggia, che ci ha fruttato tutto il potere che ci è stato possibile afferrare, grazie alla nostra graduale, nonviolenta, ma sistematica conquista dell’egemonia sociale.

Oggi che abbiamo cooptato anche gli eredi delle tradizioni cattoliche, laiche, socialiste e repubblicane, che ci accorgiamo di quanto il nostro elettorato sia fedele, stabile e manipolabile, ci rendiamo conto dell’eredità che te e gli altri padri del partito ci avete lasciato e delle responsabilità che, con gioia, siamo pronti ad assumerci come vostri eredi.

So che non potremo mai più usare quel nome ad alta voce…

In questa luce ancora fioca prima dell’alba, però, in questo attimo di riposo del creato e di gioia assoluta nel mio cuore, babbo ecco, lo scandisco ad alta voce: io sono comunista. Erede del bene assoluto, nato per conservare per sempre il potere che voi avete conquistato. Imperatore di una obbedienza perfetta: religione per chi crede, potere per chi ci teme, ricchezza per chi possiamo comprare.

Ieri il PCI, oggi l’Ulivo, ma sempre noi: l’incarnazione della volontà del popolo.

So cosa avresti detto dei buoni risultati dei molti partitini neocomunisti che sono nati alla nostra sinistra.

Usando il nome che noi non potremo usare mai più, ci aiutano a mantenere l’egemonia che abbiamo conquistato con tanta fatica. Conservano i vecchi nell’attaccamento ai nostri simboli, ai nostri miti, alle nostre tradizioni. Arruolano i giovani a credere, sempre più confusamente ma proprio per questo più ciecamente, che un altro mondo è possibile, un mondo in cui si possa essere felici nell’uguaglianza, senza la fatica di essere liberi e diversi.

Dopo una giovinezza passata nell’adesione a visioni semplificatrici della vita, manichee e anche un po’ religiose, cosa che non fa male in questo mondo povero di valori, avranno per tutta la vita bisogno di dividere il mondo in cattivi e buoni, per affidarsi poi a questi ultimi senza sforzo. Cioè a noi, che siamo l’unica incarnazione possibile dell’illusione di cui ubriacano la loro gioventù: una società uniforme, controllata e quindi giusta. E che abbiamo conquistato il potere sufficiente, locale e nazionale, per aiutarli, quando la più breve e dolce stagione della vita volge al termine, a trovare casa, lavoro, divertimento e consumi. Concretezza e sicurezza.

I neocomunisti da sinistra, i neopopolari del centro, le correnti sociali della nuova destra, i compagni di tutte le nuove opere private che vogliono essere finanziate dalla mano pubblica come e più delle vecchie, tutti insieme costoro ci aiutano a convincere ogni giorno di più gli umili e i deboli che senza l’aiuto dello Stato e degli Enti Locali, da sé, con le loro proprie forze, non possono fare nulla di buono.

E’ la dura ma benevola lezione del nostro saldo governo.

Noi non comprimiamo l’aspirazione naturale del Toscano a sentirsi padrone della sua casa e del suo lavoro, ma facendolo iscrivere ai nostri sindacati e patronati lo aiutiamo e lo controlliamo; assumendo sua moglie o suo figlio in comune gli garantiamo uno stipendio sicuro anche quando la sua azienda avrà momenti cupi; con le nostre cooperative, assicurazioni obbligatorie, scuole e asili pubblici, lo nutriamo, lo proteggiamo, lo divertiamo; in cambio di tutta questa provvidenza, non facciamo altro che rastrellare il suo voto e, di tanto in tanto, mobilitandolo per qualche buona causa, lo facciamo anche sentire migliore.

Mai del tutto sicuro, se si allontana da noi, ma mai veramente oppresso.

Il potere che esercitiamo è immenso, ma mai sfrontato, mai esibito, sempre condiviso con altri gruppi e poteri forti, sempre moderato e attento a non travalicare mai nei territori sconosciuti in cui non abbiamo mai conseguito un’autentica egemonia sociale.

Siamo, salvo rari eccessi, generosi con i nostri avversari più deboli, e duttili con quelli più forti.

L’ONU e l’Unione Europea sono piene di nostri funzionari e i programmi futuri di ampliamento dei poteri e dei bilanci di queste istanze internazionali sono i nostri. Quando ancora più denaro sarà dirottato verso queste istanze, la nostra aristocrazia sarà l’unica che potrà gestire e controllare un potere così alto e così lontano dagli occhi del popolo.

Sapremo farlo bene, distribuendo nella nostra terra, a coloro che si mostreranno degni e fedeli, i fondi internazionali e comunitari, alimentando così la nostra egemonia.

Saremo pronti come sempre ad estendere la nostra benevolenza sulle regioni depresse d’Italia, d’Europa, dell’intero pianeta. La sfida più grande della globalizzazione è essenzialmente quella della globalizzazione della nostra egemonia.

Le nostre relazioni politiche con movimenti, fazioni, persino gruppi clandestini, in tutto il mondo, sono talmente ampie e consolidate, che sapremo trovare il modo di tenere lontani dalla nostra terra, con la forza della politica e del denaro, i terrorismi internazionali vecchi e nuovi.

Sappiamo che sarà necessario combattere, perché nessun sanguinario nazionalismo prenda il potere sulle rive del Mediterraneo, ma per il momento è più giusto assecondare il popolo nella sua giusta e naturale paura della guerra. Il pacifismo è una corrente spirituale che ci ha sempre portato consenso e simpatia.

Se e quando dovremo combattere, lo faremo solo sotto coperture internazionali ampie, perché il nostro popolo accetta più volentieri i sacrifici, quando vede grandi liturgie laiche di presidenti democratici, socialisti, popolari, che, con estrema dignità e tristezza, annunciano in televisione che una vasta alleanza democratica internazionale sta per compiere una azione preventiva o difensiva di intervento umanitario armato. Senza mai, ovviamente, pronunciare la parola “guerra”, che non si addice ai rappresentanti del massimo bene possibile sulla terra.

Non abdicheremo mai allo straordinario monopolio del pensiero e della lingua con cui imponiamo a tutta l’opinione pubblica di chiamare la nostra politica estera, anche e soprattutto se armata, sempre e solo “pace”.

Non siamo del resto, proprio nel comunicare, assolutamente superiori ad ogni altra aristocrazia politica del pianeta? Fatta salva quella cinese, da cui, proprio come hai sempre pensato te, babbo, dobbiamo imparare qualcosa. Sembra che si tratti della prima classe politica della storia umana a noi nota, che sta riuscendo a far crescere la ricchezza del proprio immenso paese senza concedere al popolo alcuna libertà.

Questa ricchezza senza libertà, se non è un illusione, è sicuramente il frutto di una cultura dell’egemonia sofisticata, pragmatica e moderata almeno quanto la nostra. Non per nulla abbiamo aperto le porte della Toscana ai Cinesi, li abbiamo inondati di visite e missioni, speriamo in loro come partner economici.

Coloro che governano in Cina sono degni della nostra ammirazione, nonostante abbiano, nel terribile 1989, commesso il terribile sbaglio di Tien An Men. Del resto, ricorderesti te, babbo, chi di noi della sinistra mondiale, della grande tradizione socialista, comunista, popolare, non ha commesso sbagli nel terribile 1989?

Non esercitiamo, dalla Toscana, una egemonia stabile sul governo della Repubblica Italiana, ma con i nostri alleati delle altre regioni, abbiamo già dimostrato di essere abili amministratori delle grandi burocrazie e delle immense ricchezze che esse consumano. La maggior parte di esse sono state create da noi o dai nostri alleati cattolici e socialisti, oppure furono create da Mussolini. Le conosciamo, le controlliamo. Sappiamo ciò che esse soprattutto vogliono: sopravvivere. Sono organismi vivi, complessi, in esse comandano, giustamente ben pagati, i nostri rampolli, ma sono impiegati anche numeri importanti di nostri devoti e fedeli sostenitori.

Ti piaceva, babbo, la canzonetta di Gaber sui comunisti… Soprattutto in quel punto in cui ci dileggiava cantando: “Qualcuno era comunista perché voleva statalizzare tutto. Qualcuno era comunista perché non conosceva gli impiegati statali, parastatali e affini.”.

Ti strappava sempre un sorriso, perché la nostra egemonia si era sviluppata senza bisogno di statalizzare tutto. Anche la moltiplicazione delle assunzioni a vita di nostri fedeli nei comuni, nelle province, nella regione, negli enti e nelle aziende collegate, è stata da noi praticata più o meno come è avvenuto in tutti gli stati socialisti e democratici d’Europa. La nostra politica di assunzioni di massa, semmai, è stata più equa, favorendo ovunque le vedove, gli orfani, i veri poveri, purché nostri sostenitori.

A proposito di grandi burocrazie, babbo, chissà se hai cambiato idea sulla scelta  che facemmo nel nostro ultimo quinquennio di governo centrale, dal 1996 al 2001.

Scegliemmo di non rimuovere il duopolio Rai-Fininvest, perché era impossibile ridimensionare l’ultima senza toccare la prima. E la Rai era intoccabile, perché piena di nostri sostenitori, e governata da nostri funzionari e sindacalisti.

Questa cosa ti angustiava. Da una parte sapevi che, lasciando in piedi il duopolio, avremmo avuto ancora per anni, come avversario sempre moralmente attaccabile, il proprietario della Fininvest. Questo è stato ed è tuttora un indubbio vantaggio propagandistico.

Dall’altra parte, non stiamo forse rischiando che sia il Centrodestra a fare una riforma che noi non potremmo controllare? E se Bossi riuscisse a portare Raidue a Milano?

A questo punto, è ovvio, mi sembra di vederti… Mi faresti un grande sorriso e mi diresti pacatamente: se non siamo mai riusciti noi a spostare un solo giornalista da Roma a Firenze, come pensi che riusciranno Bossi, Follini, Fini, Berlusconi, a spostare una intera rete?

Il federalismo? Lo faremo noi, con calma, la prossima volta che riprenderemo saldamente il potere a Roma, sicuri che l’aumento del potere locale non diminuirà i guadagni e lo status della nostra classe dirigente centrale. Sposteremo poteri e risorse verso gli enti locali, che moltiplicheremo e le cui competenze manterremo il più possibile confuse, sovrapposte, di difficile comprensione per i cittadini. Così che il popolo senta sempre più bisogno qui della nostra egemonia e altrove possa desiderare la nostra forza unificante, o almeno ammirare la nostra capacità di controllare e paralizzare gli avversari.

L’enorme deficit che abbiamo accumulato, cogestendo la spesa pubblica assieme a tutti i partiti della prima repubblica, sapremo gestirlo noi. Con la sola manovra dell’Euro, noi e i nostri alleati nell’Unione Europea, non lo abbiamo praticamente dimezzato? Abbiamo azzardato un tasso di cambio fra la vecchia Lira e l’Euro che ha prodotto, in una sola notte d’inizio 2002, una svalutazione praticamente del 50%. Ci è andata bene, perché del traumatico raddoppiarsi di tutti i prezzi fuori dal paniere Istat (cioè di tutte le cose che contano veramente, come l’acquisto di una casa), per la necessaria convergenza con i prezzi in Euro di tutta Europa, la nostra gente oggi dà la colpa al governo Berlusconi.

Le persone che ora devono campare con meno di 1.000 Euro al mese, saremo noi ad aiutarle, quando, più prima che poi, torneremo a Roma.

Con abilità sappiamo dirigere la rabbia del nostro popolo contro il governo attuale, che abbiamo saputo rappresentare, con una abile comunicazione, persino troppo detestabile. Siamo stati forse persino eccessivi, rischiando un pochino della nostra credibilità. Te, babbo, avresti raccomandato moderazione. Stiamo rischiando di ingigantire inutilmente la statura dei nostri avversari e di rivelare la capacità di mentire che ci viene dal nostro ormai secolare addestramento leninista.

So che molti dei nostri problemi di immagine, di strategia e di tattica, ci vengono dall’ingenuità dei dirigenti di regioni in cui la sinistra non esercita alcuna egemonia. Le elezioni si succedono per loro sempre troppo frequentemente. Subiscono continuamente l’alternanza. Il popolo si diverte a cambiare voto e loro sentono il bisogno di inseguire e blandire l’elettorato.

Come ringrazio la cieca fortuna, babbo, che mi ha regalato la nascita in seno ad una aristocrazia forte, che guida saldamente e stabilmente il partito egemone della nostra Toscana, in cui, salvo le rare e temporanee eccezioni di qualche sperduto putrido borgo, l’elettorato è stabile e la nostra maggioranza assoluta inossidabile.

Quanta calma, quanta pazienza, ci regala l’egemonia costruita dal sudore e dal sangue dei nostri padri. Abbiamo sempre tempo. Per digerire gli scontri interni alla nostra classe dirigente. Per diluire anche le crisi e i problemi più gravi. Per rimandare tutto quello che non è possibile affrontare. Per sostituire con calma nostri rappresentanti che si rivelino troppo arroganti o inetti. Per goderci anche un po’ la vita e la nostra meritata ricchezza, perché siamo nati per comandare, ma non dobbiamo certo privarci delle piccole gioie della vita.

Grazie alla fedeltà dei contadini, alla dedizione degli operai la cui vita era scandita dalle sirene della fabbrica e dai proclami del partito, all’ingenua e gioiosa adesione alla nostra propaganda di tante generazioni di studenti arrabbiati, noi siamo qui.

Costringiamo tutti a vederci come i migliori, perché ne siamo prima di tutto convinti noi stessi. Persino i nostri avversari, nel loro intimo, riconoscono la nostra superiorità morale e, le rare volte che qualcuno di loro ha preso il potere sul nostro territorio, non ha saputo né forse potuto fare altro che proseguire la nostra opera, investendo nelle nostre opere sociali e nelle opere pubbliche da noi impostate, in definitiva continuando ad alimentare la nostra egemonia e preparando indirettamente il nostro ritorno al potere.

Vegliamo sui sogni e sulle speranze più intime della nostra gente, ma non ci dimentichiamo di loro anche quando la sveglia li rigetta ogni mattina nella fatica quotidiana della vita.

Siamo noi a dettare le principali linee morali ai nostri sudditi che abbiamo innalzato a cittadini e compagni, restando peraltro sempre al di sopra e al riparo di ogni loro giudizio.

Siamo, con le nostre case del popolo, le feste, i concerti gratuiti, gli arbitri del divertimento, della società, forse persino dell’amore. Con le nostre parrocchie cattoliche e con le nostre liturgie laiche, siamo insostituibili custodi dell’anima della nostra gente.

Non credo in Dio, babbo, ma credo nel destino dei comunisti, oggi post-comunisti, sempre egemoni in Toscana: avere preso il potere e rimanerci per sempre.

E’ un fardello troppo pesante, anche se gioioso?

Abbiamo sulle spalle troppe istituzioni e nelle mani il destino di troppe persone?

So cosa mi diresti te, a questo punto: siamo un pezzo di storia, non di attualità politica.

Penso spesso, babbo, al fatto che nessuno ride di noi, o ci irride, o ci insulta, specialmente in Toscana, né i nostri comici più famosi, né il Vernacoliere, né le pesti e le sagome dei mercati fiorentini o del porto labronico. A parte il tuo amato e odiato Gaber, a parte qualche battuta del genovese Grillo, su di noi, specialmente in Toscana e da parte dei Toscani, non esiste praticamente alcuna forma di satira politica. Non mi meraviglio della tristezza e della mancanza di fantasia dei nostri oppositori, che sono pochi, spauriti, continuamente tentati dalle nostre abili politiche di cooptazione e mediazione. Mi sorprende invece la totale assenza di una musica ribelle, di una canzone graffiante, di un’arte figurativa rivelatrice, di una fotografia e di un cinema di denuncia. Abbiamo dunque creato un pensiero così unificante e soffocante, da non meritarci neppure un giullare di corte, un artista maledetto, un intellettuale scomodo?

Il rischio di essere i padroni di un laghetto che potrebbe diventare stagnante e putrido c’è, per noi come per le classi dirigenti di ogni tempo e luogo. E’ inutile negare che il marxismo ci ha lasciato una visione del mondo così semplicistica e tanto rassicurante da farci correre il rischio di non sentire il nostro stesso puzzo di pesce morto.

E’ difficile per me, aristocratico capo della sinistra di ascendenza comunista e quarta generazione di una famiglia votata al comando, non peccare di arroganza e non abusare della mia fortuna, caro babbo, ma cercherò con tutte le forze di fare il mio dovere.

Almeno finché dal popolo toscano, o più probabilmente dal nostro seno, non scaturirà chi potrà prendere il nostro posto, in un futuro lontanissimo.

Augurandoci che sia, come siamo stati in parte noi: più pastori che padroni, più custodi che dittatori, più rispettosi della Toscana come veramente è, che arroganti trasformatori e magari distruttori della nostra amata madreterra.


* * *

a cura di Mauro Vaiani (vaiani@unipi.it )
 


Fonte:
http://www.toscanalibertaria.org/cammino/2004-06-17-anonimo-toscano.html
(acceduto lunedì 8 ottobre 2012)

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